Viva Princi 

È una strana sensazione, disfare i bagagli. Appendere i vestiti nell’armadio, sistemare le magliette e la biancheria nei cassetti, le scarpe in bagno, i libri, i gioielli di plastica, le borse nello scomparto del piccolo comodino. Anche la valigia ha un posto suo, non riuscivo a capire dove la avrei messa finché non l’ho visto lì, naturale. Ovvio.   È una strana sensazione. Di permanenza. La sensazione di chi arriva per restare. Poco o molto non ha davvero importanza. Non ci siamo più abituati. Io, almeno, non ci sono più abituata, sempre in giro per un tempo troppo breve, un cambio o due al massimo che restano piegati in valigia, spesso appoggiata sul pavimento, nell’angolo di una stanza.

Ho disfatto i bagagli stavolta, con calma. Appeso i vestiti nell’armadio e tutto il resto. Poco alla volta, ogni cosa è andata al proprio posto e mi sembra impossibile che in questa minuscola casa ci siamo passati noi quattro, per lunghi periodi, quando eravamo una piccola carovana forse chiassosa. Mi guardo intorno stanotte e mi chiedo come facevamo a entrarci. Coi nostri vestiti per quattro, le scarpe per quattro, i beauty-case, le borse del mare, i libri, le maglie per le serate più fresche. Ci entravamo. Il gran numero di grucce dentro l’armadio evidenza il passaggio delle nostre vacanze in contemporanea, un secolo e mezzo fa.

È vero, evidentemente, che ci adattiamo al presente. Qualunque esso sia.

Mi sono adattata all’idea di questa piccola casa semivuota e a sola mia disposizione. Ho sparpagliato le mie cose, ingombrato gli spazi, ho dimenticato l’organizzazione che ci salvava. Che rendeva la nostra convivenza naturale, mai affollata, mai inceppata.

Siedo nella veranda affacciata sulla pineta. Troppi anni fa ho ritrovato vecchie diapositive. In questa stessa veranda c’è una mia mamma giovanissima che allatta un mio minuscolo fratello e io, bambina, al loro fianco. Non c’è più quella poltrona di gomma blu, tanto anni Ottanta, per il resto il paesaggio è lo stesso. Lo ricordo. Non quello di quella diapositiva in particolare, ma tutto quello che la circonda, che viene prima e dopo di lei.
I beauty-case allineati sulle due mensole del bagno, ognuno con uno spazio suo. Le scarpe allineate… dove, dove entravano tutte le nostre scarpe? La borsa frigo che portavamo al mare e mia mamma, al mattino, che preparava le schiacciatine per tutti. Cosa ci vuoi? Avevano quattro dimensioni diverse, come noi; i bicchieri di plastica sempre nello stesso ordine, l’ordine di età, dal basso. Il barbecue di ghisa che facevamo la sera, tenendolo sopra le mattonelle del vialetto e bagnando prima tutto intorno, per evitare che le scintille mandassero a fuoco la pineta. Oggi ci arresterebbero, probabilmente, ma era un secolo e mezzo fa.

Il cancellino di legno senza lucchetto che segnava il passaggio tra il mondo e il mare. La strada perennemente sconnessa dalle radici dei pini, subito dietro la siepe. Tante volte ho sognato che di fronte a quel cancello comparisse il mio principe azzurro, arrivato a sorpresa a portarmi chissà dove a vedere il mare. Mi attardavo in casa, occhieggiavo da dietro la finestra, tenevo le orecchie diritte aspettando di sentire il mio nome; perché la sorpresa riuscisse davvero non avrebbe dovuto trovarmi fuori, ad attenderlo. Hanno avuto volti diversi e nomi diversi, i principi azzurri che ho atteso nelle varie fasi della mia vita fin qui, ma tutti lori si presentavano di fronte a quel cancellino di legno senza essere attesi, senza essere annunciati. Per me.

Oggi racconto spesso il silenzio di questa veranda, della pineta. Ma il silenzio vero non c’è mai.

Di giorno il canto delle cicale è quasi asfissiante per chi non è abituato a questi luoghi. Più di un amico venuto a trovarmi ha confessato di essere quasi impazzito per un rumore così continuo da risultare insopportabile e che io, in realtà, non percepisco mai davvero. Anche la notte non è silenzio. Qualche cicala non accetta che il sole sia calato e continua a battere gli ultimi colpi alla luna, c’è sempre un gufo tra le chiome di questi pini, qualche grillo qua e là. E il chiù che è un uccello che non ho mai capito come si chiama, ma che qui fa parte della fotografia. C’è e basta. In lontananza, a seconda del vento, qualche nota dalle serate musicali del campeggio. Le risate allegre di qualche cena in altre verande come questa, lungo la strada, lo sferragliare di una bicicletta senza faro che torna verso casa. All’ora di cena la sigla del Tg1 quasi in stereo, lungo la via. Erano gli anni Ottanta, c’era solo quello, era come la stella polare a segnare i nostri giorni, a tenerci collegati con il mondo.

Torno qui per il silenzio-che-non-è-silenzio e per la pace di questa veranda che mi ingloba in un abbraccio. Torno qui per il mio passato, la mia adolescenza meravigliosa, il ricordo che riemerge a pezzetti laddove non ti aspetteresti di trovarlo, in un pettine azzurro di plastica che avrà trent’anni, in una borsa da mare che non porteresti più, in un fiore gonfiabile che, come appassito, ha chinato il capo ma dentro ha ancora il suo fiato. Ognuno ha il proprio luogo dell’anima. In cui si rifugia e da cui riparte. In cui, semplicemente, si ristora. Io ho questo, Princi.