Una storia #somethingdifferent

Something different. Qualcosa di diverso. Con queste parole coach Marco Crespi ha portato la Mens Sana dove è arrivata stasera. Con queste parole ha lanciato, mesi fa, la sua sfida. Con queste parole ha motivato i suoi giocatori e ha riunito il ‘suo’ popolo, il popolo biancoverde. Li ha gasati, li ha spinti, li ha sostenuti, li ha convinti, fino a farli fondere insieme, giocatori e tifosi, in un unico grande cuore che batteva all’unisono. Gli uni in campo, gli altri sugli spalti, tutti insieme sulla Rete, nei messaggi scambiati a colpi di tweet. Something different, qualcosa di diverso. Ecco la Mens Sana di oggi, di questi mesi arrivati fino ad oggi.

All’inizio della stagione, Marco Crespi ha fatto avere ai ‘suoi’ ragazzi e allo staff una maglietta con quella frase, something different, «perche questo è il mio modo di vivere il basket», ha dichiarato mesi dopo. E, infatti, il motto lo aveva accompagnato da ben prima, dal 2012 quando arrivò a Siena come vice di Luca Banchi. Quando Crespi ha iniziato a usarla, quella frase divenuta un hashtag, erano lontani i tempi bui. Inimmaginabili, forse. Era prima della crisi delle sponsorizzazioni, era prima della partenza di Banchi, era prima della svendita dei talenti per colmare i buchi di bilancio. Era prima delle inchieste, delle perquisizioni, del fallimento. Prima del baratro. Prima della paura del futuro. Troppo facile dirlo oggi, rendendosi conto di quanto coach Crespi fosse allora lungimirante. Eppure mai scelta di parole sarebbe stata più azzeccata per descrivere questa stagione. Per lui, il coach che ha sfiorato il miracolo, ma che l’impresa l’ha fatta comunque. Anche se la Mens Sana è caduta in gara7, anche se non si è cucita addosso lo scudetto che sarebbe stato leggendario, arrivare fino a qui ha comunque i contorni del capolavoro. Per i giocatori, la squadra dal grande cuore che vende cara la pelle, anzi che non la vende affatto; e per il popolo della Mens Sana, quello arrabbiato, deluso, impotente, addolorato. Quello che guarda nel passato per ricercare i trionfi, ma quando guarda al futuro vede solo il buio.

Il presente, però, è something different, è qualcosa di diverso.

Diverso da tutto e da tutti. Per tutti. La hanno definita la stagione del miracolo, della magia. «Gli americani ci farebbero un film», si è detto più di una volta. Hanno definito lui, Marco Crespi, il coach forse più amato di sempre, a Siena. Sarà perché parla diretto alla gente. Sara perché ha detto più volte «I love my guys», io amo i miei ragazzi, dimostrando che lui era qui per le emozioni perché le emozioni contano più di molto altro. Sarà perché si è accollato la ‘causa persa’ e l’ha trasformata in un miracolo cui è mancato solo l’ultimo passo.

Domani il futuro è buio, ma questa squadra ha dimostrato il carattere di chi combatte oltre la fine, di chi non si arrende, di chi non cede mai nemmeno per un attimo al vittimismo. Per qualcuno la Mens Sana ha incarnato il declino della città, sfiancata e saccheggiata e violentata dalla mala gestione e dagli inciuci di palazzo. Mi auguro, invece, che ne incarni lo spirito battagliero. Siena non muore mai, si è detto fino alla fine ammirando in campo la grinta di quei ragazzi. Siena non muore mai, è l’unico augurio che possiamo farci.

Forse saranno le ultime ore di gloria per Siena, queste, per gli anni a venire. Hanno il cuore forte dell’orgoglio, la limpidezza dell’onore e la furia amara della rabbia impotente. Anche per questo, per chiunque l’abbia vissuta, questa stagione resterà per sempre something different.

ps – senza voler salire sul carro, questa è una storia che andava raccontata. Lo avevo fatto anche lo scorso anno, quando il settimo scudetto consecutivo aveva catapultato la Mens Sana nella leggenda. Spero di farlo di nuovo, presto.