Santa Maria della zumba

PREMESSA.
Sono snob. Sappiatelo. E questo è un post snob. Per cui se non siete snob, se non sopportare gli snob, se i commenti ‘intellettuali’ – usando questo termine nel solo senso in cui siamo capaci di usarlo in Italia, ovvero con tono dispregiativo – vi fanno venire l’orticaria, chiudetela qui e state alla larga.

SVOLGIMENTO.
Le masterclass di fitness nelle sale dal Santa Maria della Scala mi fanno male. Fisicamente. Stasera ci sono andata perché volevo vedere coi miei occhi. E quasi mi è venuto da piangere. Che lo sport sia una forma di cultura, come ha dichiarato durante la presentazione dell’evento l’assessore comunale Leonardo Tafani, non lo metto mica in dubbio. A me piace lo sport. Mi piace muovermi per lo sport. Vedere passare il Giro d’Italia, andare a Roma per gli Internazionali di tennis. Pagherei per vedere il dietro le quinte di un grande evento sportivo, dalle Olimpiadi ai Mondiali di calcio. Non ho niente contro lo sport.
Il punto è un altro. Il punto è la location. È, come sempre, il qui e l’ora.
Per carità, non poteva immaginarsi l’assessore che la Sport Siena Week sarebbe cascata proprio nel mezzo del dibattito sulla riapertura e il recupero del Santa Maria. Bontà sua, è stato (anche) sfortunato.

Ma che quel posto, carico di storia come pochi altri, sia tramutato in sala fitness – gli step ammassati al muro, la musica disco, l’istruttore che segna il ritmo – mi turba. Davvero. È più forte di me.

76mila euro, gentilmente concessi dal Monte dei Paschi: questo il budget della Sport Siena Week. E sul loro utilizzo e la loro distribuzione preferisco, per il momento, sorvolare. Ora mi chiedo: con 76mila euro potevamo farci anche qualcos’altro? Forse sì, ma questa è demagogia populista, andiamo avanti.

Io non critico la Sport Siena Week in sé. Oddio, in realtà la critico, in parte. Non sono mai stata amante di queste cose. Non ho mai avuto la tentazione di andarmi a fare la mega-pedalata spinning in Piazzale Michelangelo e starei lontana dal weekend fitness di Rimini come dalla peste, ma queste sono questioni personali che poco contano.
Trovo che la Ultramarathon in terre di Siena sia una bella trovata. E che ‘montare’ un evento intorno alle Strade Bianche, o Eroica che dir si voglia, possa esserlo altrettanto. Ma perché il Santa Maria?

Non c’era un altro posto per radunare gli amanti del sudare a ritmo di musica? Per legittimare anche il fitness come costume sociale, portandolo alla ribalta fuori dalle palestre? Che diamine sì, c’era. O comunque avrebbe dovuto esserci.

Sono snob, lo ripeto, che ci volete fare? Ma la progettazione culturale non è mica una frase da buttare là alla bisogna… La sacralità, l’autorevolezza dei luoghi dell’arte non sono mica una puttanata inventata dagli intellettuali radical-chic.
E non vale, perdonate, il vecchio adagio del “piuttosto che niente”.
Piuttosto che tenere chiuso il Santa Maria, facciamoci la masterclass di total body. Magari poi domani sarà il corso di cucito o perché no le selezioni del Grande Fratello. So che pagano bene, piuttosto che niente.

La questione qui non può e non deve essere cosa farci piuttosto che tenerlo chiuso, due spicci per fare cassa e fare vedere che ogni tanto qualcuno quell’ingresso lo varca, fosse anche con una borsa da palestra sulla spalla.
Cosa semina, tutto questo se non il panico tra noi finti intellettuali snob?
Quanti di quelli che sono andati a sudarci rientreranno poi al Santa Maria in un’altra occasione più, per così dire, culturale? Quanti si sono resi conto che dove loro oggi stavano facendo fatica, motivati dal trainer in pantaloni militari, pochi anni fa la gente si curava, guariva, moriva? (sì, pochi: il trasferimento definitivo dell’ospedale è della fine degli anni Novanta, non del Medioevo).

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Poi per carità potremmo aprire anche un altro capitolo, perché anche le reazioni becere, scomposte e qualunquiste non mi garbano mica granché. Vorrei chiedere quanti di quelli che oggi gridano allo scandalo e si sdegnano sui social network hanno varcato quell’ingresso non dico negli ultimi dodici mesi ma anche, che ne so, da dopo la mostra di Duccio ad esempio? (era il 2003, se vi servisse a fare due conti).

Non voglio infoltire le schiere dei professionisti della polemica che già mi sembrano parecchio fornite. Però, questo sì, vorrei che mia città portasse avanti una riflessione seria sul complesso museale del Santa Maria della Scala. Perché, se qualcuno non l’avesse capito, è da quello che passa, inevitabilmente, la rinascita di Siena. Culturale prima che economica.
E, per quanto mi riguarda, non è sulla zumba che possiamo, o dobbiamo fare affidamento.

EPILOGO
Io sono una che quando entra in un museo toglie la suoneria del cellulare, per dire. A me piace andare nei musei e nelle gallerie a vedere le mostre e a correre in Fortezza. Sono snob, che ci volete fare?

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4 commenti

  1. Sul ruolo del museo concordo pienamente. La sala delle ‘mummie’ non è certo la mia concezione ideale (come traspare anche da un altro post che avevo già scritto sul Santa Maria, prima di questo). Da qui a dire che per ‘aprire’ la fruizione culturale dobbiamo portarci dentro gli step, ce ne passa! 🙂 Grazie comunque del commento, soprattutto per la pacatezza che di questi tempi va così poco di moda.
    La Matta.

  2. Federico Carlini

    ah padron, c’è un “talmente” fuori posto. I refusi sono per sfortuna una costante quando scrivo. Molto poco snob…

  3. Federico Carlini

    Concordo in toto, ottimo articolo. L’unica cosa che mi verrebbe da dire è che ho un’opinione lievemente differente sul ruolo del museo. Per come lo vedo io (e ti assicuro che dal 2003 al Santa Maria ci sono rientrato un bel po’ di volte) il museo deve riuscire ad educare. Deve avere l’abilità di sapersi creare un’immagine accattivante ed un contenuto eccellente, in modo da portare i profani e i non-snob all’interno. Non mi fraintendere, non dico di creare dentro uno spettacolo di giocolieri e un pranzo di rosticciana. Dico di creare un ambiente talmente piacevole, fruibile, accattivante (e che allo stesso tempo rispetti le opere) in modo da diffondere il suo contenuto proprio a chi, forse, senza un investimento particolare sulla valorizzazione (immagine+contenuto, appunto) in quel luogo non ci sarebbe andato. In questo senso, considerando che il museo è a terra da diversi anni, trovo abbastanza pacifico che quelli che ci sono andati dal 2003 siano pochi. Complimenti ancora per l’articolo.

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