Restiamo umani

Dal balcone della casa dove sono ospitata vedo il mare. È li, a pochi metri. Me ne sono rimasta un’oretta a osservarlo, stasera, smaltendo le scorie della giornata, riposando la testa dalle fatiche delle ultime ore. E anche adesso, dal letto, con la finestra aperta, sento il suo rumore. Sento il frangere delle onde, immagino la schiuma bianca che osservavo poco fa, ascolto quell’indistinto sordo e continuo che arriva ovattato, dal mare che non ferma mai le proprie correnti.

Mi sento tremendamente privilegiata. Io che sono nata “in questo spicchio di mondo, l’Occidente, due o tre generazioni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale; noi siamo quel pezzo di mondo più agiato, ricco, sicuro e protetto che abbia mai calcato questo pianeta“, per citare Antonio Scurati, fresco vincitore del premio Viareggio che ho intervistato solo pochi giorni fa. Mi sento tremendamente privilegiata mentre sto qui, nella bella casa che mi ospita e ascolto il rumore del mare che è sempre stato, per  me, uno dei simboli più cristallini della gioia.

Ascolto il mare e intanto sul mio telefono passa quella foto. Quella foto del mare, di questo stesso mare solo molti chilometri più in là, che ‘sputa’ a terra il corpo senza vita di un bimbo. È siriano, naufragato a largo delle coste della Turchia. Domani quella foto sarà sulla prima pagina dei giornali di tutto il mondo e ci racconterà un nuovo orrore che sembra non finire mai. E su quella foto, su quella foto di un bimbo e del mare, si aggroviglieranno polemiche, speculazioni, accuse incrociate, falsi buonismi e spinte razziste, speculazioni prêt-à-porter. Si darà la colpa ai governi, all’Europa, alla guerra e alle religioni, agli scafisti, ai profughi e a chi non li sa gestire, ai giornali che speculano, ai politici che marciano sulle tragedie, ognuno avrà una soluzione o una colpa da addossare. Perché di fronte a quella foto dobbiamo trovare qualcuno a cui dare la colpa.

Non mi interessa dare la colpa, né ho soluzioni pronte e semplici a come gestire la complessa questione dei flussi migratori, dell’accoglienza, del diritto sacrosanto se non alla felicità, quanto meno alla dignità umana. Non so quale sia la strada.

So soltanto che a volte mi chiedo come sia possibile tornare indietro. Mi chiedo se non sia possibile, se non sia giunto davvero il momento, che tutti noi facciamo un solo piccolo passo indietro, indietreggiando impercettibilmente dalle nostra granitiche convinzioni, siano esse politiche, sociali, religiose, culturali o civili. Se non basti solo un piccolo gesto, compiuto all’unanimità, perché questo mondo torni ad essere umano. E perché gli uomini di tutto il mondo possano fermarsi un’ora come me, stasera, ad ascoltare il mare e percepirne la bellezza, senza dover vedere mai più, portato a riva dalla corrente, il corpo senza vita di una creatura. Chiunque essa sia.