Parliamo a vanvera

Da diversi giorni vorrei scrivere. Ho quel solletico nelle mani, quello strano senso di formicolio alla bocca dello stomaco che stanno spesso a significare è il momento di dare un altro colpo. Eppure il post non esce. Non si formalizza. Le idee sono tante e confuse, mille fili logici partono e si dipanano, ma non riesco a seguirli fino in fondo. La mia prof illuminata, al liceo, diceva che una mente confusa partorisce inevitabilmente scritti confusi. In quegli anni me la sono sempre cavata, ma oggi mi tocca darle ragione.

La questione principale, credo, è che ci sono talmente tante cose che non mi vanno bene che rischierei di diventare la solita polemica noiosa e anti costruttiva. O semplicemente di allinearmi a tanti che sono già venuti, grafomani della Rete che non perdono occasione di raccontarci minuto dopo minuto tutto quello che passa loro per la testa.

Ad esempio avrei voluto scrivere sulla gazzarra che si è scatenata prima alla Camera dei Deputati e poi sui social network su / a causa / a scapito della presidente Laura Boldrini (su cui per altro avevo già scritto in passato, qui). Ma tanti, troppi lo hanno fatto con più rapidità (mi viene il dubbio che qualcuno abbia i post pronti per tutte le stagioni, moderne forme di coccodrilli multidiciplinari!) o con più appeal. O che inoltre qualcuno abbia già sostanzialmente detto qualcosa che assomiglia pesantemente a quello che penso anche io. E allora è inutile ripeterlo, solo per andare a ingrossare e ingrassare la cerchia dei grafomani egocentrici e opinionisti: tanto vale retwittare quello che già esiste e funziona (ad esempio l’ottimo post della Guia Soncini che trovate qui).

Venendo alle cose nostrane, poi, avrei voluto scrivere qualcosa sul processo Monte dei Paschi (lo abbiamo tutti ribattezzato così, in realtà è solo uno stralcio, quello per l’ostacolo alla vigilanza nella ristrutturazione del derivato Alexandria), ma anche qui – ripensandoci bene – mi sono accorta che quello che avevo visto come testimone diretto ho avuto la fortuna di scriverlo sul giornale (qui) e quello che penso da semplice cittadina non è molto cambiato rispetto a quello che pensavo mesi fa e che avevo già espresso qui.

Inoltre, sempre guardandoci l’ombelico che a Siena va tanto di moda, ne avrei da dire. Oh, se ne avrei. Vorrei scrivere dell’affidamento per l’incarico del Drappellone per il Palio di luglio che mi ha lasciato quanto meno basita: per limitarmi a un eufemismo educato, la considero l’ennesima occasione persa. Vorrei scrivere del primo incontro “aperto” alla cittadinanza della candidatura di Siena ECoC 2019 fatto ai Rinnovati che mi ha lasciato disarmata. Anzi, vorrei parlare proprio di tutta la faccenda della candidatura che – chi mi legge lo sa – seguo da tempo, ma non vorrei fare la figura dei tanti che, passata la prima fase, stanno portando l’attacco alla diligenza in un modo che definire sistematico è quanto meno ottimista. E ancora vorrei scrivere del Santa Maria della Scala, altro mio ‘pallino’ mentale da tempo (lo avevo già scritto, ad esempio qui).

Ma non ce la faccio. Le idee si annodano e si annacquano nel baccano generalizzato – e, diciamocelo, spesso completamente inconsapevole quando non strumentale, fazioso e poco preparato – e non ho voglia di aggiungere chiasso al chiasso. Né di fare la figura della solita polemica (ridai!), snob, rompicoglionichenonvamaibeneniente.

Sì, è vero, in questa città – ma potrei dire in questo Paese – sono poche le cose che mi vanno bene. Ma prima di sparare a alzo zero provo a concentrarmi su una soluzione da proporre. Altrimenti mi unisco soltanto alla pratica dello sport nazionalpopolare più diffuso, nonché quello che ci riesce meglio: buttarla in caciara.