La nonna e la Liberazione

Il 25 aprile era il compleanno di mia nonna. Mese intenso, aprile. Il compleanno di babbo, poi l’anniversario di matrimonio dei miei, nel mezzo spesso la pasqua, l’onomastico di mio fratello – che a dire il vero nessuno ha mai considerato troppo (l’onomastico, non mio fratello!) – poi, appunto, il compleanno della nonna. 25 aprile, festa della Liberazione.
Mia nonna era alta e magra e con la pelle chiarissima e sottile tanto che le si vedevano benissimo le vene. Era alta soprattutto, considerata la sua generazione. La Liberazione l’aveva vista da vicino. E anche la guerra, veramente.

Poco sapevo e so tuttora di quel periodo. Perché lei ne parlava poco e mal volentieri e forse perché quando è morta io ero ancora troppo giovane – non piccola, quello no, ma giovane e poco consapevole – per chiedere abbastanza. O forse per capire che non avrei avuto tanto tempo per chiedere. A volte ho chiesto, sì. Ma lei glissava, spesso. Pochi racconti, pochissimi dettagli.
Quello che ricordo è che suo fratello aveva fatto la guerra, nel bosco. Non so se si fosse unito davvero ai partigiani della zona, ma di certo aveva dormito fuori casa per tante notti. Si era ‘nascosto’ e lei gli aveva portato vestiti e roba da mangiare e medicine. Non so se fosse stata una vera ‘staffetta‘, sono certa che non abbia mai usato questa parola, che non si sia mai descritta così.
So che certe notti nel bosco ci aveva dormito anche lei, con mio nonno, perché stare in casa era pericoloso, arrivavano i tedeschi durante l’occupazione di Siena e delle campagne circostanti. Sì, perché la nostra era campagna vera, allora. Lontano dalla città, per quanto oggi paia impossibile.

Però una cosa la raccontava sempre, mia nonna. E aveva a che fare proprio con la Liberazione, anche se non con quella del 25 aprile – giorno del suo compleanno – ma con quella di Siena. Raccontava che gli Alleati stavano risalendo l’Italia, velocemente, inseguendo lungo il versante tirrenico i tedeschi che stavano ripiegando dal Lazio. E che i tedeschi in fuga cercavano in ogni modo di rallentarli. Raccontava che i tedeschi avevano minato la nostra casa, quella sua e del nonno, la casa e al piano strada la bottega di alimentari, liquori, tabacchi. Tutto insieme, casa e bottega.

Mica solo la nostra. Tutte le case che stavano sulla strada, la strada che arrivava da sud, da Grosseto e attraverso la val di Merse, territorio partigiano a tutti gli effetti ma anche accidentato, difficile, complicato tanto per la ritirata da una parte che per l’avanzata, dall’altra.
Tutte le avevano minate, tutte quante, una dopo l’altra, così che crollando avrebbero ostruito la strada, intralciato il passaggio, rallentato la rincorsa degli Alleati.

Il nonno, così come gli altri uomini del paese, gli altri proprietari delle case sulla strada, aveva pagato tutto quello che aveva per provare a salvare la casa. Avevano pagato “un omino” – diceva la nonna – “uno del paese”, forse voleva dire “lo strullo del paese”, convinti – loro di certo, lui chissà – che nottetempo avrebbe sminato le case. Che, partiti i tedeschi, avrebbe tagliato i fili giusti e via, tutto a posto, si sarebbero trovati senza soldi, sì, ma con le case intatte e la strada pronta per gli alleati. Lui intascò il denaro, raccontava la nonna, e andò a bere “per farsi coraggio”. Se ne fece anche troppo: crollò addormentato nel granaio. Ma nessuno se ne accorse in tempo e la mattina dopo all’alba le case vennero tutte giù. Tutte insieme, rantolarono sbranate, pezzo dopo pezzo, sulla strada.

È tutto quello che so. Niente dettagli, niente storie poetiche, niente racconti. L’unica immagine che c’è, è incorniciata e appesa nel corridoio di casa mia, inviata a mio nonno tanto tempo dopo da qualcuno che passando di lì aveva scattato una fotografia e mandato insieme poche righe. Si vede la casa come era prima, prima della guerra, prima delle mine. Era più grande. Toccava muro a muro con quella dei nostri vicini; minata pure quella, quando furono ricostruite, pezzo dopo pezzo, entrambe divennero più piccole e adesso le separa un pezzo di giardino per una.

Tutta qui la storia. Con un aneddoto, però. Mio nonno non voleva abbandonare la casa minata. Non riusciva a crederci che avrebbe perso tutto, giacché quando si accorsero che il piano era andato gambe all’aria, di sgomberarla non c’era più tempo. Stava lì, in casa, raccontava la nonna, e lei fuori che gli gridava, lo pregava di uscire, di lasciar perdere la casa che sennò sarebbe saltato in aria pure lui. Alla fine saltò sì, ma fuori dalla finestra, all’ultimo momento prendendo qualcosa a casaccio da sopra il tavolo, senza neanche guardare. Pensava di aver preso la giacca del vestito, invece la nonna se lo vide arrivare con un pentolone di rame. Aveva agguantato il manico del pentolone, invece della giacca. L’unico pezzo della casa che sarebbe rimasto.

La raccontava così la storia, mia nonna. Non ho mai saputo quanto ci fosse di vero, ché in casa mia, è risaputo, la tradizione orale zoppica e si trasforma, secondo la bocca che la tramanda, vizio del tutto rimasto, per altro. Tuttavia, il pentolone di rame c’è ancora. Mia nonna l’ha tenuto tutta la vita sul mobile di salotto, sopra un centrino fatto all’uncinetto, lucidato come le cose sante. E quando lo guardava sembrava che vedesse il nonno, che quella volta sopravvisse alla guerra e alla casa minata, ma che se andò anni dopo, comunque sempre troppo giovane.

Buon 25 aprile.

 

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