La mia scollatura non è una scusa

Giuro, non credevo che ce ne fosse bisogno. Non credevo dovessimo stare ancora qui a parlare di questa roba, nel terzo millennio, in un paese occidentale, laico (?), civile (?) che dovrebbe aver scolpito il diritto alle libertà personali sulla pietra della propria stessa fondazione. Non avrei voluto che ce ne fosse bisogno. E probabilmente bisogno non c’è. Non c’è bisogno di aggiungere altro a quanto hanno già scritto i blog, i giornali, a quanto i soliti noti censori o commentatori da social network abbiano già sproloquiato, dividendosi – come è sport nazionale – tra innocentisti e colpevolisti, ché qui l’unica cosa che ci interessa pare essere una maglietta da indossare, una barricata da difendere, un nemico da accusare.

Però non riesco a tacere. Non ci riesco. Perché lei potevo essere io. Lei poteva essere ognuna di noi.

Non sono un avvocato, né un giudice, non ho una formazione nel diritto e quindi non starò qui a discettare se la sentenza della Corte d’Appello di Firenze che ha assolto sei ragazzi dall’accusa di violenza di gruppo ai danni di una coetanea alla Fortezza da Basso sia giusta o sbagliata da un punto di vista giuridico. Il fatto non sussiste, scrivono i giudici.

Quello che sussiste è altro ed è racchiuso nelle quattro pagine di motivazioni che sono state depositate a corredo della sentenza. È lì che io rabbrividisco. I giudici scrivono che il comportamento della ragazza fa “supporre che, se anche non sobria” fosse comunque “presente a se stessa“. Aggiungono che i sei (SEI) ragazzi possano aver “mal interpretato la disponibilità della ragazza”, premurandosi di descriverla poi come “un soggetto fragile, ma al tempo stesso creativo, disinibito, in grado di gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali di cui nel contempo non era convinta”.

Credo che non ci sia molto altro da aggiungere. L’analisi del testo, come facevamo a scuola, l’ha fatta con toni un po’ più coloriti la mia amica Giorgeliot; credo non faccia una piega.

Questo è il punto. Che significa essere ‘creativi, disinibiti, in grado di gestire la propria (bi)sessualità?’. Significa che si torna alla solita vecchia storia: in fin dei conti, un po’ te la sei cercata.

Se indosso un vestito ‘strano’ o faccio una professione ‘strana’, sono creativa?

Se porto una gonna corta, una maglia scollata, i tacchi alti, lo smalto colorato, gli orecchini a pendente, un trucco marcato, il rossetto rosso; se bevo qualche bicchiere in compagnia, se fumo in pubblico, se mi piace ballare, se cammino o viaggio da sola, se abbraccio e bacio gli amici, se mi capita di avere storie brevi, se sto bene con la mia sessualità, se convivo prima del matrimonio, se non decido che il primo uomo che ho incontrato in vita mia debba diventare mio marito; se la mia risata è troppo allegra, se il mio sorriso è troppo largo, se parlo ad alta voce, se al mare prendo il sole in topless; se mostro le gambe, se esco con le amiche, se a 35 anni non ho figli; sono disinibita? Sono troppo disinibita? E questo autorizza qualcuno a ‘mal interpretare la mia mia disponibilita’?

Abbiate pazienza, ma questa storia della mala interpretazione della disponibilità mi suona tanto come una cazzata. Perché io credo che ognuno di noi nella vita abbia avuto e fatto richieste più o meno esplicite e abbia, allo stesso tempo, accettato o rifiutato richieste più o meno esplicite. E questo non c’entra niente con l’essere più o meno disinibiti. 

Perché io posso essere disinibita quanto mi pare, posso girare nuda e andare a letto con l’universo, ma se a letto con te non ci voglio venire, quello è un no, e te ne devi fare una ragione.  E io devo poter continuare a girare con le mie gonne corte e la maglie scollate e i tacchi alti e il rossetto e continuare a ridere, bere, fumare, ballare viaggiare senza dovermi sentire in pericolo per il solo fatto di avere gambe e tette e bocca ed essere, per questo, un terreno di conquista.

La giustizia è una cosa, la morale è un’altra. E guai a confondere i piani.

La morale è mia e me la gestisco io. Ma te tieni quelle manacce e a posto e non ti azzardare.

ps – come in ogni storia che si rispetti, giornalisticamente parlando, i fatti sono diversi dalle opinioni. Se volete informarvi, a prescindere da come la pensi io, un articolo sulla sentenza lo trovate qui, la lettera aperta della ‘ragazza della Fortezza’ la trovate qui, la replica dell’avvocato difensore di uno degli imputati assolti la trovate qui. Liberi di farvi voi la vostra opinione.

ps2 – il titolo è tratto da una campagna on line lanciata dalla Rete della Conoscenza con l’hashtag #nessunascusa 

Un pensiero su “La mia scollatura non è una scusa

  1. Ciao,
    Io ho trovato un articolo interessante riguardante la vicenda (link dell’aricolo in fondo). Qui si afferma che le motivazioni della sentenza di assoluzione sia un documento di 20 pagine. C’e’ anche l’analisi, in sintesi, del documento.

    Detto che il concetto di fondo del tuo articolo non fa una piega, credo che in questo caso specifico un approfondimento sarebbe utile.

    Tra l’atro trovo abbastanza strano che dei giudici assolvano sei ragazzi solo per un giudizio morale sulla ragazza.

    Ciao!

    Ecco il link all’articolo:

    https://antisessismo.wordpress.com/2015/07/26/la-sentenza-di-fortezza-da-basso-sono-innocenti-e-la-sessualita-della-ragazza-non-centra-nulla/

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