La donna che vorrei essere

Mia mamma la amava, Oriana Fallaci. O meglio, l’ha amata prima dell’11 settembre, prima de “La rabbia e l’orgoglio” da cui, diceva, si sentiva tradita. Credo l’amasse come donna libera. Come donna che era andata nel mondo senza piegarsi ai compromessi e alle regole imposte, come donna forte in un mondo di uomini, come donna capace di passioni enormi su cui nemmeno lei aveva il controllo. Credo, non ne abbiamo mai parlato davvero. Prima ero troppo giovane, mi limitavo a vedere tutti quei libri su un’unica mensola dello studio. Poi, lei era troppo arrabbiata con Oriana e io forse ancora troppo giovane o troppo distratta.

Eppure mi bastava, di lei, che fosse stata la prima donna giornalista italiana inviata speciale al fronte, una delle poche donne arrivate in Vietnam. La prima donna affermata nel mondo, in quel mestiere che allora molto più di oggi era solo per uomini. Perché le donne allora dovevano ancora stare a casa a fare i figli e infatti l’Oriana, suo malgrado e non per sua scelta, non li ha mai fatti. Mi bastava quello, comunque, per vedere in lei un mito da inseguire. Non un esempio, un mito davvero.
Oriana era il giornalismo. Anzi, era di più. Era la scrittura prestata al giornalismo. Ma questo lo avrei capito dopo. Molti anni dopo quando la sua vita si è incrociata per caso con la mia. Quando ho avuto l’occasione fortunata di presentare a Siena la prima biografia autorizzata di Oriana Fallaci scritta dalla bravissima Cristina De Stefano. Era praticamente un’anteprima, in Italia di quel libro si era parlato ancora pochissimo e mi piace pensare che proprio da Siena sia partita la ‘cavalcata’ che ha portato Cristina a riscuotere successi nel mondo. E quella biografia ad essere tradotta in non so più quante lingue, ormai.

Così, è rientrata Oriana Fallaci nella mia vita. E così ho cominciato a rileggerla con un’attenzione diversa, più consapevole. Non ci vuole molto a capire perché lei sia il motivo per cui tutti si avvicinano al giornalismo. O forse tutti non lo so. Io, sicuramente. Quando sognavo di fare l’inviata in guerra pensavo a lei e alle sue trecce sotto al casco in Vietnam. Perché quella era per me, l’essenza del giornalismo. Andare là dove le cose accadono, dove si dà voce a chi altrimenti non l’avrebbe, dove si racconta quello che altrimenti nessuno potrebbe ascoltare.

Perché mi sono persa, poi? Chissà. Perché la vita fa tanti giri. E perché, probabilmente, non ci ho provato abbastanza, non ci ho creduto abbastanza. Non l’ho voluto abbastanza. O forse non ci ho creduto per niente. Questa è un’altra storia, comunque.

La storia di stasera è ripensare a quella Oriana, così ruvida, così dura, così eccessiva, così spigolosa, così dritta, così tutto. Così diversa dalla versione edulcorata che ci ha propinato RaiUno con il bel viso da bambola della Vittoria Puccini, coi dialoghi improbabili in un fiorentino troppo calcato, con tutte le sfumature, le sfaccettature, le spigolature che si perdono tanto da rendere normale quella donna straordinaria.
Se ci sarà del buono, in questa operazione, starà nella voglia che spero prenda molti di andare a leggere o rileggere la vera Oriana. Quella dei suoi libri e dei suoi scritti. Quella che lasciato nella storia del giornalismo un segno tanto profondo, tanto scolpito che io non riesco neanche a immaginare.

Io, nel mio piccolo, continuerò a seguire quell’insegnamento. Tentare di fare il mio mestiere senza piegare la schiena. Pur sapendo che quel mestiere in quel modo non esiste più. O almeno non esiste più come lo avevo sognato e immaginato. E sapendo, per certo, che in comune con lei potrò avere al massimo una cosa: lo smalto rosso. Nel frattempo rileggo quella che ho ribattezzato, banalmente, la più grande storia d’amore mai scritta. Gli fa un baffo, Un Uomo a Romeo e Giulietta. Ma con calma, poche pagine per volta. Perché tutte insieme, ci crediate o no, mi fanno male allo stomaco.