Il Santa Maria che vorrei

Domenica pomeriggio di un febbraio che pare già primavera. Il cielo frastornato lancia certi squarci di sole da farti tremare i polsi, la campagna intorno sta fiorendo troppo presto, l’azzurro che si fa spazio tra i nuvoloni veloci è più intenso di quanto si possa raccontare.
Cammino, passeggio, mi godo l’aria tiepida, qualche ora per svuotare la mente che ogni tanto ci vuole. Mi fermo in Piazza del Duomo, mi siedo, la musica dell’iPod nelle cuffie, modalità random.

Mi guardo intorno, sopraffatta dalla bellezza. Osservo i turisti che entrano nella Piazza e, sopraffatti anche loro, alzano verso l’alto i loro cellulari e le loro macchine fotografiche. È tutto un fotografare, un darsi di gomito, un guardarsi intorno quasi smarriti. Risolini, occhi stupiti di fronte a tanta storia, tanta arte, tanta capacità visionaria dell’uomo che ha reso questo posto un gioiello. Il Santa Maria della Scala è chiuso stuccato. Un brutto cantiere davanti alla facciata, un piccolo totem seminascosto di fronte a Squarcialupi indica che lì si trova la biglietteria del complesso museale.20140223-182812.jpg

Mi guardo intorno, immagino. Sì, lo so. Tanto ne sto parlando e scrivendo, ultimamente, ma a volte quando parliamo e scriviamo perdiamo il contatto con la realtà. Il soggetto delle nostre discussioni diventa una parola morta, un insieme di lettere che non raccontano più niente. Un concetto astratto.
Invece il Santa Maria della Scala è vivo. È mutevole, certo, come è sempre stato, ma è lì, maestoso e grandioso a ricordarci quanto eravamo avanguardisti e illuminati, qualche secolo fa. Ed è viva la piazza meravigliosa, è vivo il Duomo coi suoi contrasti, con il cielo da brividi che si riflette sui vetri del rosone, che fa risplendere l’oro dei frontoni.

Mi guardi intorno, immagino. Immagino una piazza che diventa un centro culturale unico al mondo, il cuore pulsante di una città che torna ad essere intelligente e illuminata. Avanguardista.

Immagino una piazza pedonalizzata. Completamente.
L’ingresso monumentale del Santa Maria riaperto, biglietteria unica e strategica di tutta la Piazza, via gli orrendi baracchini posticci da sotto il loggiato di fronte all’ingresso del museo dell’Opa, via il parcheggio davanti a questura e prefettura. Tavolini, nella piazza. Tavolini di un bar di qualità, arredo di design contemporaneo, prodotti locali a chilometro zero. Valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche, si dice oggi; direi, semplicemente, che la gente viene in Toscana anche per come si mangia e si beve, facciamo vedere di cosa siamo capaci! Magari un pianoforte da spostare fuori all’occorrenza, magari un paio di cantanti che, di quando in quando, trasformano un angolo della Piazza in un café chantant. E magari la gente si siede, resta ad ammirare anche il tramonto quando i raggi del sole che cala dietro al Santa Maria infiammano come stasera la facciata del Duomo e intorno tutto il resto sembra non contare di più.

Immagino il gigantesco, semisconosciuto volume del Santa Maria della Scala trasformato in un cuore pulsante. Centro nevralgico del racconto entusiasmante di una civiltà grandiosa – il museo archeologico, la scultura di scuola senese, i tesori della Pinacoteca (non solo quelli che si vedono, anche quelli ammassati negli scantinati che nessuno ha tempo e soldi per restaurare), le perle del gotico – ma allo stesso tempo spazio vivo e vitale. Il museo per bambini che continua ad essere eccellenza. La collezione della Papesse finita chissà dove che torna a splendere. Spazi espositivi per la ricerca contemporanea, e non le mostre “pacchetto-tutto-compreso” montate da qualcuno che poi le trasporta armi e bagagli in tutta Italia, lasciando in eredità solo le briciole. Una ricerca contemporanea vera.

E immagino un grande bookshop che si trasforma in una libreria specializzata, dove addirittura ragazzi e addetti ai lavori possano trovare materiale su cui studiare e ricercare. E aule studio, sale conferenze, spazi aperti che ospitano workshop, talk, convegni, momenti d’approfondimento e incontri con gli artisti e, perché no, performance, concerti, spettacoli, istallazioni.

E immagino piccoli spazi che diventano studi d’artista, ma non sedi da elargire gratuitamente a associazioni di ogni tipo per consolidare il consenso. Macché. Studi da mettere a disposizione di artisti stranieri che arrivano in residenza, ad artisti senesi chiamati a lavorare con e per la città, a produrre quel patrimonio che oggi è contemporaneo, ma che domani sarà storicizzato. Che ci crediate o no, anche Duccio e Simone Martini e Jacopo Della Quercia sono stati giovani artisti contemporanei, una volta.

Immagino tutto questo. E non perché sono visionaria e illuminata. Non ho inventato mica nulla. Tutto questo esiste già. L’ho visto – e oggi lo prendo in prestito per la mia ‘immaginazione’ – ad Amsterdam, allo Stedelijk Musem e nella Museumplatz ad a esempio. L’ho visto a Londra alla Tate Gallery, a Venezia in Piazza San Marco e poi alla Biennale di danza, quando era in contemporanea con quella d’arte contemporanea. L’ho visto a Verona, fuori dall’Arena durante la stagione dell’opera, e a Torino al Castello di Rivoli.E in tanti altri luoghi che non ho visto ma che, immagino, abbiano trovato il modo giusto per valorizzare il proprio patrimonio e tenerlo vivo, anziché limitarsi ad essere “guardiani del museo” (Pier Luigi Sacco dixit).

Ecco, immagino tutto questo. Spero che un giorno riuscirò a vederlo, prima di essere troppo vecchia per riuscire a fruirne con le mie gambe. Questo è l’unico nostro futuro possibile.

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1 pensiero su “Il Santa Maria che vorrei

  1. Bella fantasia! Ma “nella Museumplatz” (è tedesco) dovrebbe essere Museumplein in olandese

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