Dalla parte della libertà

Volevo scrivere qualcosa di intelligente e sensato sulla strage di Charlie Hebdo, ma non ci sono riuscita. Almeno non ieri, a caldo, e neanche ieri sera mentre guardavo il dibattito (stucchevole e poco approfondito) in onda su La7, unica rete nazionale ad aver cambiato il proprio palinsesto ne va dato atto, per capire cosa fosse successo realmente, cosa stesse succedendo in quelle stesse ore. Non ci sono riuscita oggi, mentre scorrevo i giornali e i social network e i siti con gli aggiornamenti in diretta. Non ci riesco adesso. Perché, banalmente, io non riesco a crederci.

Guardare e riguardare quelle immagini dell’assalto mi fa pensare a un filmaccio americano mal riuscito. Non riesco a credere che sia reale. Mi fa troppo male. Non perché non sia abituata alle immagini della barbarie, ahimè ormai lo siamo tutti in questo mondo impazzito e fuori controllo. Ma perché è, banalmente, troppo assurdo. Lo so, ho usato di nuovo la parola banalmente. Perché il male è banale. La follia è banale. La barbarie è banale. Non c’è niente di romantico, niente di nobile, niente di ideale o di interessante a uccidere qualcuno perché la pensa diversamente da te. Anche questo è banale. Ho pensieri banali ma guardando le vignette arrivate in omaggio dai disegnatori di tutto il mondo, guardando le immagini che arrivavano ieri sera da Place de la République e che arrivano oggi dalle piazze di mezzo mondo, guardando le matite tenute in alto in segno di lotta e i giornali di tutti i paesi che pubblicano quella scritta – banale – Je Suis Charlie… ecco di fronte a tutto questo io non riesco a pensare. Mi viene solo da piangere.

Io lo so cosa è una riunione di redazione. La vivo. Mica a quei livelli, che c’entra. Mica ai livelli di tantissimi giornalisti di esperienza navigata e di capacità internazionale che in queste ore hanno scritto analisi più lucide, più intelligenti, più serie. Eppure la vivo nel mio piccolo contributo che cerco di dare al grande e meraviglioso mondo dell’informazione. E me lo immagino cosa significa essere lì, intorno a un tavolo, a cercare di impostare il tuo lavoro, a lottare per uno spazio in più del tuo collega. E a un certo punto entra uno urlando e ti spara co un kalashnikov. Ecco. No. Qui non me lo so più immaginare. Perché non è credibile.

Direte voi, capita a tutti, mica solo a loro. Capita nei mercati, nelle scuole, di fronte alle chiese e alle moschee, capita nelle strade, nelle stazioni del metro che l’orrore si diffonda, mieta vittime, dilani corpi e famiglie, uccida persone, sogni speranze. Lo so. E’ vero. Succede ogni giorno in questo mondo diventato un luogo barbaro e feroce. E assurdo. ma io non riesco a capacitarmi che accade in un ufficio. In una redazione di un giornale nel cuore di una delle città più libere del mondo. Di un giornale satirico per di più che, appunto, vuole far riflettere ridendo. A gente che di mestiere scrive e disegna. Per questo non riesco a scrivere cose intelligenti. Perché non c’è nulla di intelligente da dire se non Je Suis Charlie, cercando così di essere un po’ più vicina a quel dolore e un po’ più convinta di voler stare sempre dalla parte della libertà.

Mi fanno paura i commenti che ascolto e che leggo. Mi fanno paura tutti, ma mi fanno paura soprattutto quelli che “insomma, un po’ se la sono cercata“. In testa a tutti il Financial Times. Mio dio, il Financial Times. Non riesco a credere nemmeno a questo.

In fin dei conti, un po’ se la sono cercata. Penso a quante volte magari me la cerco anche io. Perché magari ho le unghie troppo rosse o la gonna troppo corta. O magari perché sono mora e non bionda, grassa e non magra, magari per come voto, per con chi vivo, per la musica che ascolto e libri che leggo e le opinioni, le mie opinioni, che scrivo ogni giorno con nome e cognome sul giornale o sui blog o che primo per strada, nei bar. Quante volte me la sono cercata di fronte a qualcuno che non la pensa come me? Se accettiamo questo passaggio, se accettiamo anche solo per un attimo che chi esprime un’opinione, qualsiasi essa sia, e finisce con una pallottola in testa in fin dei conti un po’ se l’è cercata, allora no. Allora chiudiamo tutto, perché è tutto finito.

Il riso uccide la paura, e senza la paura non ci può essere la fede
Umberto Eco, Il nome della rosa