Costa Concordia, come la vidi io

Domani iniziano le operazioni di ‘salvataggio’ – così lo hanno chiamato – della Costa Concordia. Personalmente le chiamerei ‘operazioni di recupero del relitto della Costa Concordia‘ – che lì, da salvare, sarebbe più che altro tutto il resto. L’Isola del Giglio, i suoi fondali, la vita quotidiana dei suoi abitanti, eroi loro malgrado e poi assediati per mesi da giornalisti, tecnici, curiosi e fan del turismo da sciagura.

Ci sarebbe da salvare – o da garantire – il ritorno alla loro normalità e, allo stesso tempo, la certezza che certe manovre geniali da ‘lupi di mare’ non accadano più. Magari partendo proprio dalle incursioni dei transatlantici nella laguna di Venezia che tanto hanno fatto parlare nei mesi successivi alla tragedia della Concordia e che io stessa ho potuto ammirare, più volte, con i miei occhi.

Ma non è questo il punto, oggi. Domani, si diceva, inizieranno in mondovisione le operazioni di recupero della Concordia. Il relitto verrà ‘raddrizzato’ e poi trascinato via, probabilmente nel porto di Piombino, ma ancora non è detto. Incrociando le dita che il mare sia buono, che lo scirocco non rinforzi, che il relitto non scivoli, né che si verifichino tutti gli altri possibili imprevisti per cercare di arginare i quali ci sono circa 500 persone, intorno al porto del Giglio, pronte a lavorare e intervenire.

Il tutto avverrà sotto gli occhi di oltre 400 giornalisti accreditati – da 120 testate di tutto il mondo; ‘accreditati’, come se fossero al festival del cinema. Per chi non ha trovato sull’isola un posto dove stare, sarà alla fonda nel porto un’imbarcazione ‘ponte’. Quasi un ‘prolungamento del Giglio, galleggiante sul suo stesso mare.

Eppure, guardando quelle immagini della Concordia – ancora accasciata e spiaggiata come una balena morente in attesa di conoscere il proprio destino – non posso che tornare con la memoria a quella notte incomprensibile, in cui le immagini che ci passavano davanti agli occhi sembravano lo scenario di un disaster movie americano più che un evento che stava realmente accadendo nel ‘mio’ mare, poco distante da me.

Ricordo chiaramente le polemiche sui soccorsi a bordo, sull’inefficienza di parte del personale che si trovò, impreparata, a evacuare otre 4000 passeggeri terrorizzati da una nave già inclinata di tanti gradi da non renderti possibile nemmeno camminare. E ricordo che, in quelle ore, ripensai alla mia esperienza di molti anni prima.
La condivisi allora, la ripropongo oggi, qui sul blog.

A bordo di una nave, inutile mio malgrado

Undici anni fa, proprio in questi giorni di gennaio del 2000, ero a bordo: lavoravo su una nave da crociera, in rotta sul Mediterraneo.

Era più piccola e meno sontuosa della Costa Concordia ma, nonostante questo, facevo una gran fatica anche solo a raggiungere la mia cuccetta. E’ ben complessa l’architettura interna di una nave di quel tipo, soprattutto quando si passa dalla zona riservata all’equipaggio a quella degli ospiti. E soprattutto se sali a bordo, la prima volta, poche ore prima di salpare. Possono volerci giorni per imparare l’organizzazione dei ponti, i passaggi da l’uno all’altro.

Fu bella, quella crociera.

Ma se, per la sciagurata scelta del mio comandante, mi fossi trovata in una situazione come quella vissuta dall’equipaggio della Concordia – un naufragio d’altri tempi per cui nessuno mi aveva addestrata – non solo non sarei stata in grado di aiutare e mettere in salvo i passeggeri, ma a mala pena sarei stata, forse, in grado di mettere in salvo me stessa.

Eppure, ai loro occhi – con uniforme impeccabile e cartellino dorato con il nome inciso sopra – sarei stata un membro dell’equipaggio a tutti gli effetti. Una di cui fidarsi, a cui chiedere aiuto. Una che doveva sapere cosa fare per tirarli fuori di lì.
E invece non avrei potuto fare nulla, mio malgrado.

18 gennaio 2012