La sassata

La delusione è tanta. Non facciamo finta di niente. Perché quando arrivi a un soffio da un traguardo, vuoi vincere, punto e basta. Quindi, quando il ministro Franceschini ha detto semplicemente, dopo le chiacchiere di rito, “la capitale europea della cultura 2019 sarà la città di Matera” e la truppa lucana è esplosa in un boato (oh, erano un monte a Roma, la delegazione indubbiamente più numerosa…), ho avuto poco professionalmente la voglia istantanea di lasciare la sala. Le telecamere nazionali si sono buttate sul prolisso sindaco materano, io ho raccattato la mia roba e sono andata fuori, nel chiostro, perché avevo bisogno di incrociare uno sguardo amico, specchiarmi in occhi in cui riconoscere la mia stessa delusione.

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L’attesa mi mangia

…perché poi, alla fine della fiera, Siena c’è. C’è sempre. Perché il senso di appartenenza è una cosa che qui esiste davvero e non una strategia di team building in salsa americana. Lo sanno quelli che ci nascono e ci crescono, ma lo imparano subito anche quelli che ci si trovano catapultati e che si innamorano, al primo istante. Vi garantisco che ho visto amore e lotta negli occhi dei ragazzi dell’unità operativa che non sono “nati sulle lastre” al pari di quelli che ho visto negli occhi di tanti altri. Siena c’è. C’è sempre. E non accetta mai di fare la comprimaria.
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Spero di incontrare un giurato internazionale

(ovvero, ecco perché sostengo davvero Siena2019)

Partiamo da un presupposto dato: io da Siena 2019 non prendo e non ho preso un euro. Non ho avuto alcun favore, alcun incarico, non mi è stato regalato/offerto/elargito nulla (esclusi i due viaggi a Roma con pranzo annesso, uno per la consegna del bid book ma, come a me, ad altri 500 senesi, e uno per il convegno al Museo MAXXI). Anzi, a dirla tutta ho pure fatto con loro due colloqui e non mi hanno mai preso, per cui in pieno stile senese, dovrei sparare a zero e sputare fango sulla candidatura, come fanno da noi di solito tutti i ‘trombati’. Quindi mettiamo subito da parte il ritornello del “chissà lei cosa ci guadagna” perché questa volta non attacca e la risposta è: niente.

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Per chi l’ha visto e per chi non c’era

Serena e Francesco sono giovani, stanchi e pallidi, perché quest’estate il mare non lo hanno visto e perché nelle ultime settimane hanno lavorato a capo basso per ore e ore, molte più di quanto ripaghi il loro stipendio (non lo so per certo, ma lo immagino e sono abbastanza sicura di non sbagliare). Ma adesso sono anche emozionati e commossi. Lui fa trapelare un sorriso da quella bocca che fino a un attimo prima era una smorfia di tensione, lei pare asciugare una lacrima sotto gli occhialoni da sole. Si abbracciano. Poi abbracciano gli altri dell’unità operativa.
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La seta senza la poesia

Per molti anni non mi sono persa il momento della presentazione del Drappellone. Non solo perché è quel momento che, in un certo senso formale e ufficiale, dà il via alle ‘danze’ del Palio, ma anche perché c’è sempre stato in me un qualche interesse estetico, una volontà di capire – o meglio di scoprire – come l’artista di turno avesse interpretato, compreso, trasposto in colori tutte le emozioni e i significati racchiusi in questa festa antica. Se avesse interpretato e compreso abbastanza da trasporre in colori tutto quello che sta dietro quel drappo di seta.

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