Antropologia della spiaggia

Mare. Ci sono. Stanotte mi ha accolto il silenzio della pineta, e pure stamani, interrotto solo da qualche cicala solitaria. Giugno, le scuole appena finite ma con gli esami ancora in corso, la crisi economica o chissà che altro mi permettono di arrivare sulla spiaggia quasi a mezzogiorno ma accaparrarmi comunque il mio ombrellone in prima fila. Niente e nessuno, solo la sabbia, tra me e l’acqua. C’è poca gente, in effetti. Qualcuno in più sulla spiaggia libera.

Nessuno, solo tutta Siena e Grosseto, vedrà oggi pomeriggio che deserto” mi ha detto il fruttivendolo mentre mi imbustava uva e popone. In realtà, a un paio di ombrelloni di distanza, due famiglie con bambini parlano una lingua che pare dell’est europeo, forse russo, mentre al minimarket due signori francesi cercavano di convincere il salumiere ad affettare loro del prosciutto e una coppia, di cui non ho capito la provenienza, strabuzzava gli occhi e faceva sentire le proprie incomprensibili rimostranze al banco del pane, indicando il prezzo stampato sulla busta di carta in cui aveva chiesto di mettere cinque schiacciatine vuote. “Come la capisco, signora mia, benvenuta quaggiù”, ho pensato.

Ombrellone in prima fila. Guardo il mare increspato dalla brezza che arriva da sud. Qui c’è sempre vento, noi lo sappiamo bene. Silenzio, intorno. Ritmato dal frangere delle onde e dal battere cadenzato di un gancio sul palo dell’ombrellone, un suono metallico e familiare che potrebbe sembrare quello di una cima che rimbalza sull’albero di una vela. C’è poca gente a mezzogiorno. Da quando ho l’età della memoria, non credo di essere mai arrivata sulla spiaggia prima di mezzogiorno, se non quando ero molto giovane e facevo lezione di windsurf e dovevo rotolare qui alle sette e mezzo del mattino perché il mare fosse una tavola e l’aria completamente immobile. Infatti, sono durata poco.
Io arrivo sul mare quando di solito gli altri se ne vanno (e quando tutti gli esperti dicono che non bisognerebbe esporsi ai raggi del sole). Vado contro corrente, con la bici sul viale, lanciando occhiate soddisfatte alle famiglie che portano a casa i bimbi piccoli. C’è pace, intorno.

Accanto a me una famiglia silenziossima. Babbo relativamente giovane, nonna altrettanto relativamente giovane e una bambina bionda, bellina e super educata. Sfoglia un giornaletto adatto alle ragazzine della sua età ed ha un cagnolino, brutto ma dolce. Si chiama Luna, il cane, ed è educata pure lei. Si lascia andare a un mugolio solo quando la bimba va a fare il bagno con il babbo. La nonna si volta, mi sorride, “soffre la paura dell’abbandono” mi dice. Le sorrido anche io.
Non c’è una mamma. Chissà se non c’è adesso, se non c’è più, se magari è in città a lavorare o dove altro. Quando la bimba torna in acqua, la nonna la segue sulla riva con Luna al guinzaglio. Si avvicina immediato il bagnino, “il cane non può stare qui, deve andare alla spiaggia libera” la ammonisce. In un Paese senza regole, le regole valgono solo per Luna. Che pure dà molto meno fastidio di tante allegre famiglie urlanti e cafone che di solito popolano le spiagge e i cui figli capricciosi manderei, io, sì, volentieri alla spiaggia libera. La più lontana.

Dall’altro lato del mio ombrellone, loro. LA coppia della spiaggia. Super fisicati, super tatuati, super abbronzati. Lei biondissima con il bikini fluo e le unghie col french. Lui capelli corti, occhiali alla moda, orecchino con brillante stile Maradona. Sgranocchiano con sguardo triste ma convinto gallette di riso e foglie di insalata, dalla borsa frigo occhieggiano lattine di roba energetica. Poco più in là, un gruppo di ambulanti si è radunato a riposare un attimo all’ombra di un ombrellone. Cicalecciano e ridono ad alta voce in una lingua incomprensibile, tirano il fiato prima di riprendere il cammino, immagino che ridano di noi, scambiandosi aneddoti su tutto quello che vedono, tutto il giorno in su e in giù per la spiaggia. Sembrano allegri, sembrano leggeri, e mi chiedo come si faccia ad essere allegri quando cammini dodici ore sulla sabbia con le braccia, la testa, cariche di roba. Mi chiedo come si faccia ad essere allegri, cosa ci sia nelle loro vite passate, quale orrore si siano lasciati alle spalle per scegliere di essere qui, a fare quella vita e continuare a ridere.

Il vento attenua i raggi del sole e il caldo scompare; è la giornata perfetta per arrivare a sera e ritrovarsi ustionati come gamberi senza essersene accorti. Un altro giro di crema, onde evitare. Mentre mi spalmo la protezione dieci sulla pancia lontana dal physique du role e tento di arrivare laddove mi servirebbero altre due mani, accanto a me il moro tatuato si spalma con cura olio abbronzante sul petto scolpito e completamente depilato (ma tira comunque in dentro la pancia,si vede dalla faccia). Poi prende la settimana enigmistica dal borsetto di Gucci e il mio pregiudizio snob subito mi convince che si lancerà nell’insormontabile sfida di ‘unisci i puntini e verrà fuori un disegno’. Invece magari lui è un mago dell’astrofisica nucleare. O magari no.

Si ferma da loro un venditore che conoscono. Lo salutano, lo chiamano per nome, lei si mette a frugare tra anelli, bracciali, cavigliere, un mucchio di chincaglieria che luccica. Prova un anello di finti brillantini, “di questi io ne ho uno vero” dice con soddisfazione, Giamba (chissà poi come si scrive) la guarda e sorride, sembra già sicuro di portare a casa l’affare. Infatti. Venti euro per non capisco cosa. Ma non è finita, non se può andare prima che i due si siano lanciati in una lunga disquisizione sulle banconote false. “Devi stare attento” ammonisce lui. ” Pensa, se vai in banca coi soldi falsi loro ti possono accusare. Così non solo li hai persi perché non te li hanno dati buoni, ma puoi anche ritrovarti a essere quello che li vuole mettere in giro” aggiunge lei, e così via per un bel pezzo.

Sole. Il vento rinforza. L’acqua è fresca ma piacevole. Faccio il morto e i rumori spariscono tutti ovattati sotto il pelo dell’acqua. Un motoscafo incrocia a largo mentre il vetro di prua rimanda i raggi del sole come uno specchio. Guardo due vele bianche in lontananza, penso alla vita che mi piacerebbe, alla vita di mare che non ho fatto quando avrei potuto e a quella che non farò, probabilmente, perché non ne avrò l’occasione. Penso che devo fare pace con me stessa e imparare a farmi bastare – e a godere – di quello che posso raggiungere e costruire da sola. Senza contare sugli altri, sugli eventi, sulle promesse; senza cedere alle aspettative. Faccenda spinosa, quella delle aspettative.

Mi viene in mente Anna Karenina.
Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice invece è infelice a suo modo”.