1 maggio di speranza

Oggi è il 1 maggio e io, come molti e come poco mi si addice, sono andata al mare. Sì, è vero, il tempo era brutto e il cielo grigio, ma sulla spiaggia non c’era praticamente nessuno e me ne sono stata lì, ad ascoltare il rumore della risacca, a bagnarmi i piedi nella schiuma del bagnasciuga, a sentire il vento sul viso, reso appiccicoso dal salmastro.

Avevo bisogno – un bisogno irrefrenabile – di spegnere il cervello. Anche solo per qualche ora, senza computer, senza telefono, senza appunti da studiare. Senza pensare ai miei due lavori che si accavallano e alla miriade di altri progetti (spesso e volentieri non retribuiti) che ogni giorno tento faticosamente di gestire in contemporanea.

Certo, ho scelto io questa strada. Ho scelto deliberatamente e con consapevolezza di rinunciare al ‘posto fisso’ – e non perché, ebbe a dire qualcuno del Governo scorso, “è monotono”. Semplicemente perché non fa per me. E perché in quel modo avrei spento i miei sogni, le mie aspirazioni, le mie speranze. Ho scelto di continuare la strada impervia che mi ero disegnata, di combattere, di faticare, di incastrarmi, di farmi venire ogni giorno nuove idee.

Eppure non ho scelto di restare 12 anni precaria, senza tutela e sottopagata. Non ho scelto la libera professione per emettere fatture che i clienti pagano quando, e se, hanno voglia. Non ho scelto di dover fare 20, 30, 40 telefonate per incassare quello che mi è dovuto – ché il pane, ahimè, ancora non ho trovato il forno che me lo venda a 30 giorni. Non ho scelto di avere crediti pendenti con le amministrazioni pubbliche prima ancora che con le aziende private; perché quando esce una legge che le ‘obbliga’ a pagare entro 30 gg “a meno di differenti accordi presi in sede contrattuale coi fornitori“, ecco che arriva la lettera della ragioneria che ti chiede di prendere “differenti accordi”. Anzi, te lo impone, ché tu non puoi dire di no a meno di perdere la commessa.

Parlare di lavoro è difficile, me ne rendo conto. Oggi lo è forse più che mai, ché si rischia di farsi trascinare dentro la spirale dell’accusa reciproca, del io contro te contro lui, del rincaro della dose di sdegno accumulato, in una guerra tra poveri in cui nessuno è soddisfatto e perdiamo tutti.

Parlare di lavoro è difficile, se vogliamo farlo fuori dai numeri, dalle statistiche che ogni giorno ci vengono vomitate addosso – drammatiche, disperate – e che, pure, vengono digerite e dimenticate senza che niente accada, senza che niente cambi, senza che nessuno faccia qualcosa, qualcosa di reale, poiché torniamo tutti, non solo noi giovani, ad avere la nostra dignità qutidiana.

Io, però, continuo a combattere. Continuo a combattere contro chi mi paga tardi, chi crede di pagarmi troppo, chi non mi pagherà mai pur postando su Facebook foto di apertivi sulla spiaggia e vacanze a Courmayeur. Continuo a combattere contro chi, ancora, preferisce dimenticare il merito e le competenze.

Una persona, in un mio momento di amarezza e sconforto, mi ha detto “noi siamo la generazione a cui hanno rubato la speranza“. No, la mia non l’avete ancora rubata. Quando avevo 17 anni il 1 maggio era il giorno del concertone in Piazza San Giovanni, quando la musica ti dava il senso di appartenenza a un ‘popolo’ che, affondando le proprie radici culturali nel passato, aveva l’utopia di cambiare il mondo. Oggi di anni ne ho 32; il mio 1 maggio è una manciata di ore, con il cervello spento, ad ascoltare il rumore del mare.
Ma niente è cambiato. La mia speranza è ancora viva. Auguri!