Un'(altra) occasione persa

Peccato. Non c’è molto altro da dire, anche se i commentatori più o meno autorevoli si lanceranno in dettagliate analisi. A me viene solo da dire, peccato. Peccato per un’altra occasione persa. Peccato per un’altra dimostrazione del peggio che questa città può dare di se stessa. Anche oggi abdica al proprio obiettivo di cambiamento e di rinascita e ripiomba, con ostinata rassegnazione, nel fango appiccicoso che la ha stritolata.

Lo avevo scritto, qualche mese fa: le nomine in Fondazione Monte dei Paschi potevano rappresentare il vero momento di rottura. Il vero banco di prova per una classe dirigente realmente e sostanzialmente impegnata e intenzionata a cambiare passo. Invece. Peccato.

Oggi, dopo quasi sette ore di riunione blindata di una Deputazione Generale evidentemente portatrice di troppi interessi diversi, la giornata di Palazzo Sansedoni si chiude con un nulla di fatto. Non c’è la nomina del presidente che dovrà succedere ad Antonella Mansi. Fumata nera e tutto aggiornato al 22 agosto, oltre le scadenze, oltre la prorogatio della presidente rimasta in carica solo per traghettare l’ente verso il nuovo percorso, ma già convintamente e fermamente fuori dai giochi. Diversi nomi sono stati bruciati, prima, dalle logiche di una perversa contrattazione e immolati, oggi, sull’altare di una politica sempre più lontana dal paese reale e accartocciata nei propri interessi e nei propri rancori. Non c’è la quadra su un nome prestigioso, su quell’identikit apparentemente tanto chiaro – un profilo competente, internazionale, che rappresenti la “continuità nella discontinuità” – ma che evidentemente non basta a placare gli appetiti di una parte o dell’altra.

Domani, la cronaca ci racconterà i dettagli dei voti favorevoli e dei rifiuti velenosi, ci racconterà gli incroci obbligati di quelle correnti ancora occupate a spartirsi quel che resta della città. Oggi, intanto, Antonella Mansi scrive una lettera con cui si dimette, inderogabilmente, a partire dal 1 agosto. Aveva accettato la prorogatio, ma è chiaro che questo è troppo. Anche per lei. E che non ha più intenzione di farsi ostaggio di dinamiche che non le appartengono e a cui non vuole appartenere.

Lo avevo scritto, molte settimane fa: la sua scelta di andarsene da vincitrice – e di dichiararlo prima, così da non poter essere tirata in mezzo alla girandola di totonomi, utile solo a fare lo scalpo agli uni e agli altri – era cristallinamente comprensibile. Per quel che vale, dicevo, avrei fatto come lei. E la pagina odierna di questa triste, miope e squallida politica cittadina le dà, nuovamente e rassegnatamente, ragione. Peccato.