T2: e noi, abbiamo scelto la vita?

Commemorazione? Non è commemorazione, è nostalgia. Sei venuto in vacanza nel tuo passato“. Non sarà proprio così, la battuta; può darsi, sto andando a memoria, e ricomincerei a vederlo da capo, T2:Trainspotting. Lo aspettavo in gloria, la nostra generazione tutta, credo, lo aspettava in gloria. È arrivato, me lo sono bevuto da sola in un cinema pressoché vuoto, circondata da pochi ragazzi che quando è uscito Trainspotting probabilmente andavano alle elementari. Non possono capirlo, loro. Forse non possono capirlo nemmeno i critici che, infatti, non mi pare abbiano steso ponti d’oro. I sequel fanno sempre male, si fanno sempre male, funziona così.

Io però sono uscita dal cinema sorridendo. Ed ho camminato sorridendo, cullata nella mia testa dalle note di Lust For Life e sono andata a casa a stapparmi una birra e accendere una sigaretta, sorridendo ancora a loro e a me e a tutti noi, vent’anni dopo. Non è commemorazione, è nostalgia, è farsi due passi nel passato e riguardarlo tutto, oggi.

Quando Trainspotting è arrivato in Italia avevo appena compiuto sedici anni e il mio migliore amico mi regalò una musicassetta della colonna sonora (pazzesca) con i titoli scritti con un pennarello verde. Ce l’ho ancora. Quel film era un manifesto, per noi. Sì, anche per noi che eravamo poco più giovani di loro, in una città italiana di provincia dove davvero l’eroina era l’ultimo dei pericoli e dell’Aids sentivi parlare solo perché a scuola ci spaccavano la testa con le campagne di prevenzione e i preservativi (lo fanno ancora oggi, mi chiedo? non lo so; dovrebbero). Non era l’eroina la trasgressione che ci attraeva, che diventava per noi manifesto. Era tutto il resto. Era la ribellione, la libertà. Era il rifiuto di una strada segnata. Era un linguaggio nuovo che parlava a noi più che a qualsiasi altra generazione, che guardava al futuro, il nostro, in quegli anni in cui inizi davvero a chiederti cosa sarai, vent’anni dopo, se avrai scelto la vita, un lavoro, una carriera, la famiglia e il maxitelevisore del cazzo.

E no, noi davvero non volevamo sceglierla. O forse sì, volevamo, ma allo stesso tempo tutto quello ce lo faceva apparire così inutile, superfluo, inetto, noioso. Sprecato. La nostra scelta non è stata quella di non scegliere la vita, perché avevamo l’eroina. Per fortuna. Eppure oggi, vent’anni dopo, siamo esattamente dove sono loro. Non saremo andati in galera, non saremo diventati ricattatori di presidi lussuriosi o tossici impenitenti, ma siamo esattamente lì. Ci guardiamo indietro, nel culo che ci siamo fatti, studiando, lavorando, fidanzandoci, magari facendo anche dei figli, eppure quel modello – quello perfetto per chi sceglieva la vita ed era destinato al quadretto funzionale a colori pastello, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, Natale in famiglia – non c’è per nessuno di noi. Non c’è davvero.

E allora è vero quello che ho letto da qualche parte, che se il monolog del primo film era un manifesto, il monologo di questo secondo è un lamento amaro, è una constatazione dell’ovvio e allora, forse ancora di più, è uno specchio in cui riflettersi. In cui ci riflettiamo tutti, tutti noi della generazione bruciata dal cambiamento dei modelli sociali, bruciata nel passaggio di cui nessuno ci aveva avvertiti, noi cresciuti e costruiti per affrontare un certo tipo di mondo salvo accorgersi, una volta arrivati, che quel mondo non esisteva più. Siamo noi, quelli dei social, quelli che postano la foto della colazione sperando che a qualcuno dall’altra parte del mondo gliene freghi qualcosa, quelli del contratto a zero ore. Quelli che devono prendere un bel respiro.

E guardare avanti. Come fa questo T2 che è attuale, è adesso, nel linguaggio, nei temi, nelle costruzioni; è tremendamente, assurdamente, irrimediabilmente vero. Ho letto qualcuno sostenere che non avrebbero dovuto fare un sequel. Che è troppo tenero, che affonda troppo nel passato tanto da diventarne una caricatura. Non credo sia vero. È troppo tenero perché il vomito, la merda, il sangue dell’ago in vena che rese il primo Trainspotting uno schiaffo al cinema (e a parecchie generazioni) oggi non servirebbero più. Siamo abituati a tutto, a tanto altro, non è quello che ci scuote, ci chocca, ci disgusta. Affonda troppo nel passato? Ci affonda certo, ma non troppo. E comunque tutti noi lo facciamo. Tutti noi guardiamo indietro e pensiamo di scegliere le vecchie fiamme e sperare di aver fatto tutto diversamente. È’ normale. È umano. T2 è come noi: vive oggi, parla oggi ma ci fa anche guardare indietro, a un lasso di tempo che per la mia generazione arriva, davvero, soltanto oggi. Perché soltanto oggi ha senso pensare a vent’anni fa e rendersi conto che esiste una storia. Che sono passati vent’anni da una stagione in cui i ricordi sono nitidi, in cui eravamo già noi coi nostri caratteri e le nostre aspirazioni, una stagione in cui abbiamo preso delle decisioni che ci hanno portato a dove siamo adesso. Non è solo nostalgia. È consapevolezza.

È consapevolezza di quello che eravamo e di quello che siamo diventati. È il nostro essere oggi senza rinnegare, cancellare, dimenticare, rimpiangere, rimpiazzare, rivivere, ricostruire quello che siamo stati. Ed è anche la consapevolezza che se Ewan McGregor e Jonny Lee Miller sono ancora così spettacolari,  vent’anni dopo, allora davvero abbiamo ancora tutto il tempo per fare di noi ciò che vogliamo.
Per scegliere la vita, qualunque essa sia.