Sociologia del Capodanno (silenzioso)

Il 31 dicembre ho scelto una cena con amici, a casa mia. Abbiamo fatto un lungo aperitivo, mangiato con calma, pure troppa: quando è arrivato il momento del brindisi al nuovo anno, noi dovevamo ancora mettere in tavola il secondo; abbiamo bevuto buon vino e chiuso la nottata giocando a stupidi giochi anni Novanta, con regole modificate al momento per nostro uso e consumo. Ci siamo presi in giro, accapigliati in nome di un mal celato agonismo. Abbiamo fatto tardi, ascoltato musica, riso, bevuto, brindato, chiacchierato.

Il 31 dicembre ho detto no alla silent disco. La silent disco la faccio ogni giorno, quando ne ho voglia. Mi infilo le cuffie, scelgo la musica che mi va e vado a passeggiare, o a correre magari; oppure alzo lo stereo in casa mentre tendo i panni o faccio gardening terapia in terrazza. O in macchina: e ballo, come pochi giorni fa in fila al semaforo.

La silent disco, insomma, la faccio quando solo sola – oppure ho voglia di stare sola – e allora la mia compagnia diventa la musica. Ecco perché il 31 dicembre ho detto no alla silent disco. Perché non avevo voglia di stare sola. Nulla in contrario a chi l’ha scelta: erano a migliaia, buon per loro, si saranno di certo divertiti.

Però, c’è sempre un però. Trovo che la silent disco sia la materializzazione dell’individualismo. La cristallizzazione della solitudine in mezzo alla bolgia. Dell’antisocialità, se mi è permesso. Dell’introspezione ai limiti della misantropia. Stiamo tutti lì, eppure ognuno per conto suo, come quegli sciami di adolescenti che condividono fisicamente un luogo ma che stanno ognuno attaccato al proprio telefonino e scommetti che stanno chattando, commentando, taggandosi su Facebook, condividendo foto e status, magari stanno anche provandoci l’uno con l’altro, ma tutto soltanto tramite i loro telefoni. Sono proprio lì, uno di fronte all’altro, ma potrebbero avere un oceano in mezzo e sarebbe lo stesso.

La silent disco è un po’ così. Soprattutto a Capodanno che invece dovrebbe essere il momento in cui cerchiamo la compagnia degli amici, per brindare insieme e augurarsi che ciò che arriva sia meglio di ciò che se ne è andato. La vita ha bisogno di condivisione. E lo dico che io sono notoriamente antipatica, indisponente e piuttosto poco incline al ‘volemose bene’. E che, per inciso, le feste di dicembre le detesto. Ma questo è. In una società che va a scatafascio abbiamo bisogno di incontrarci, di parlare, di condividere, di socializzare posizioni e sogni e idee; di scontrarsi anche, di dare voce alla critica, alla diversità di opinione, alla dissertazione perfino cruenta, ma reale, non filtrata, non consegnata nelle maglie della Rete. Abbiamo bisogno di ascoltare.

Abbiamo bisogno di più tavoli a cui sedersi e di meno cuffie.

Soprattutto ne ha bisogno Siena che di leader maximi, di ego troppo espansi, di superomismi indiscussi e di uomini soli al comando ne ha avuti fin troppi e non sempre all’altezza del loro compito. Il futuro della nostra città – della nostra società, forse – passa attraverso una maggiore condivisione, un ascolto reale, un dibattito che non tracimi nell’insulto; passa attraverso l’incontro delle esperienze e dei talenti e delle proposte. Dobbiamo abbattere i gusci in cui risiamo rinchiusi, non arredarli con la musica.

Buon anno.

ps – ultima nota a margine: la silent disco significa accettare e incoronare Siena a città-museo-dormitorio. Significa che dobbiamo fare piano, non disturbare il sonno nemmeno a Capodanno. No, io non lo voglio accettare. Perché lo sappiamo bene, il sonno genera mostri (semicit.).

5 pensieri su “Sociologia del Capodanno (silenzioso)

  1. condivido ciò che hai scritto fino in fondo…..sei davvero la mia voce fuori campo preferita non cambiare mai ci vogliono donne intelligenti in italia…..

  2. Ciao Giulia, ero molto scettica anch’io quando ho letto di questo evento per cui sì, l’ho pubblicizzato (lavoro in un albergo a Siena) ma non con molta convinzione finché non mi è capitato di parlarne con mio nipote ventenne e aver deciso di informarmi per bene. Il giorno dopo a qualcuno in albergo ho chiesto se aveva partecipato alla silent disco e se gli era piaciuto. Be, chi ha partecipato con più convinzione è perché aveva già partecipato prima ad un evento del genere e quindi sapeva di cosa si trattava e ne è rimasto entusiasta. Ho fatto alcune delle obiezioni che hai scritto tu nel post. La risposta è stata che un evento del genere non è asociale. Il divertimento è stare insieme ad ascoltare la stessa musica in cuffia, cantarla a squarciagola come se fosse un karaoke, vedere gli altri che fanno la stessa cosa e magari trovare affinità di genere in quanto le cuffie si coloravano a seconda della musica che si stava ascoltando ed era visibile a tutti, cambiare genere quando si ha voglia e parlarsi perché ‘era sufficiente abbassare il volume della cuffia’. Certo, chi non aveva le cuffie di sicuro non si è divertito e le cuffie erano a pagamento per cui dopo mezzanotte e mezzo per tutti gli altri niente oppure il dj in Piazza della Posta. E io sono una che rimpiange i concertoni; ma non per me ma per chi viene a Siena per l’occasione. Io sono quasi sempre al lavoro in quei giorni e potendo preferirei comunque una soluzione come quella che hai scelto tu. Quindi la silent disco oba da millennials? chissà!

    • Che si siano divertiti non ho dubbi, e mi fa piacere per loro. Continuo a credere che non fosse l’occasione adatta. Se vogliamo ragionare per simboli, Capodanno è anche un simbolo, il momento dei buoni propositi: mi auguro che per Siena il proposito del 2016 non sia stare ognuno ad ascoltare in cuffia ciò che preferisce…
      Grazie, comunque, del tuo commento!
      La Matta

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