Primo maggio freelance 

Il giornalista freelance è il mestiere più bello del mondo. Quando te ne accorgi, quando passi il limite segnato dal sentirti uno sfigato precario senza prospettive e decidi invece di autoproclamarti un freelance, ti sembra di essere dio. Perché sai di poter scrivere, innanzitutto. Di quello che ti chiedono ma anche di quello che ti va. Senza imposizioni né limiti, solo vedere il mondo, ascoltare le persone e poi scrivere. Poi perché ti sei liberato del desk. Significa non avere orari, non avere turnazioni antipatiche né piani ferie da concordare, significa non dover segnare le notti o ipotecare le domeniche e, più di ogni altra cosa, significa non restare inchiodato ad aspettare pezzi di altri cui devi dare solo una forma e un titolo. Per chi ama scrivere e ha la pretesa di raccontare il mondo, il desk è una tomba di legno e computer in cui finire seppelliti come le mummie dentro i sarcofagi, con la sola speranza che prima o poi, un giorno, un archeologo esploratore arrivi ad aprirti il coperchio prima che sia troppo tardi.


Il giornalista freelance è il mestiere più bello del mondo, per te e di fronte agli altri. Ti fa sembrare uno spirito libero e indipendente e se sei bravo – non a mentire o millantare, solo a infiocchettare un po’ la realtà – allora sembri ancora più libero e indipendente. Spesso, soprattutto all’estero, è una buona carta da giocare. Se vuoi seguire una storia, parlare con qualcuno ma non hai un vero e proprio mandato, ti presenti come giornalista freelance e puoi rispondere, non lo so ancora a chi darò questo pezzo, devo prima capire cosa viene fuori, poi vedremo.
Così ti muovi, trovi storie e parli con persone, ascolti la loro visione delle cose e la mescoli con la tua e con tutte quelle che hai raccolto e poi ti metti a scrivere. Se hai buon materiale, la storia si compone da sola, devi solo seguirla, lasciarla andare trovandole una forma. Questo è quello che ti racconti, mentre improvvisi il tuo ufficio ovunque, sul treno, sulle poltroncine di un gate all’aeroporto, in un caffè col wifi o su una panchina al sole. Bastano un IPad e una connessione internet.
Essere un giornalista freelance è forse il solo modo di fare questo mestiere, oggi. Oggi che gli editori licenziano invece di assumere, schiacciati tra gli esuberi, la cassa integrazione, i contratti di solidarietà, la necessità di prepensionare per ridurre i costi, per rincorrere un mercato che è in caduta libera e che non ha ancora capito bene come dialogare con la Rete, con i suoi contenuti gratuiti, con la mutata abitudine di un pubblico che non è più disposto a pagare per l’informazione, laddove l’informazione è disponibile ovunque e in molte forme. Oggi che quelle stesse testate cercano le informazioni dal basso – quando chiedono ai lettori di inviare le loro foto o i video o le testimonianze – ma per i giornalisti freelance senza pedigree spesso sono inaccessibili.

 
La mia generazione è quella dei laureati che parlano le lingue, sanno usare la tecnologia, hanno dimestichezza coi social network e spesso con le basi del video editing, quella dei trentenni che con un iPhone riescono a essere sulla notizia in modo (quasi) indipendente e completo. E che hanno altri difetti, certo, che mancano di esperienza e di lucidità, che spesso mettono la pancia prima degli occhi, che non conoscono la contrattazione interna a una redazione o che sono deboli nella visione d’insieme; e difettano, mancano, sono deboli perché l’accesso a questo mestiere lo hanno avuto solo in parte, spesso sbirciandolo da fuori della porta, senza la possibilità reale di toccare le cose dall’interno, la possibilità di crescere e di sbagliare sentendosi le spalle un po’ coperte da chi ha deciso di investire su di loro, di pesarli davvero per quello che valgono.
La mia generazione è quella del giornalismo come hobby da ricchi. Perché per mangiare spesso dobbiamo fare altro, dobbiamo trovare altri parcheggi, altri contratti, altre collaborazioni, altre mansioni da svolgere mentre continuiamo a rincorrere la possibilità di raccontare il mondo. Facciamo mille altre cose e, nel mezzo, tentiamo con tutti i nostri sforzi di fare anche del giornalismo, più o meno buono, ci spostiamo a spese nostre per cercare una storia sperando poi di piazzarla e darle così una voce. Perché quelle testate che non possono assumerti hanno comunque bisogno di contenuti e tu vuoi essere lì a fornirglieli, sapendo che questo non ti varrà un’assunzione, la maternità, le ferie né i contributi pensionistici, ma ti dà comunque la possibilità di fare l’unica cosa che vuoi fare, raccontare le storie che trovi nel mondo.

 
Così ti trovi nel tuo ufficio improvvisato a limare un pezzo, riga dopo riga. Aggiustare, tagliare, ricucire, come se tu dovessi scrivere un elogio funebre destinato alla memoria sempiterna, mentre ti senti in realtà come una moderna Penelope, a fare una tela che sai di dover disfare, continuando a ritoccare qualcosa che temi non vedrà mai la luce.
I contorni precisi dell’essere un giornalista freelance si delineano nel momento esatto in cui hai una storia tra le mani che ti sembra buona e ben costruita, ma non hai nessuno che voglia prenderla. Eppure sai che, il giorno dopo, ricomincerai da capo. Seppur schiacciato nel dubbio che la tua storia non sia infondo abbastanza buona o che, semplicemente, tu non abbia trovato la porta giusta da cui entrare.

Buon primo maggio.

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