La sassata

La delusione è tanta. Non facciamo finta di niente. Perché quando arrivi a un soffio da un traguardo, vuoi vincere, punto e basta. Quindi, quando il ministro Franceschini ha detto semplicemente, dopo le chiacchiere di rito, “la capitale europea della cultura 2019 sarà la città di Matera” e la truppa lucana è esplosa in un boato (oh, erano un monte a Roma, la delegazione indubbiamente più numerosa…), ho avuto poco professionalmente la voglia istantanea di lasciare la sala. Le telecamere nazionali si sono buttate sul prolisso sindaco materano, io ho raccattato la mia roba e sono andata fuori, nel chiostro, perché avevo bisogno di incrociare uno sguardo amico, specchiarmi in occhi in cui riconoscere la mia stessa delusione.

Così è stato. Ci siamo rimasti di sasso, come hanno twittato i cagliaritani con uno spirito invidiabile che in quel momento io non ho avuto. E però c’è poco da dire. Anzi, se mettiamo da parte un attimo la delusione – anche se ora è difficile, è troppo fresca, troppo pungente – bisogna provare a prendere il buono di quello che è stato. Almeno provarci. Perché se si gareggia ci sta di perdere ma non per questo significa che si è sbagliato tutto. Anche l’Olimpiade la vince uno solo, ma gli altri che si sono allenati per quattro anni, non per quello cambiano sport.
Siena ha gareggiato. Ho costruito un progetto che solo tre anni fa sembrava utopistico ai limiti della follia, è riuscita a portarlo avanti durante la fase del commissariamento raggiungendo le altre praticamente di rincorsa, ha raccolto 550 partner di cui oltre 300 internazionali, ha compilato un dossier innovativo che è stato riconosciuto da tutti. E poi ha perso, è vero. Senza dubbio e senza appello. Ha perso perché la giuria internazionale ha riconosciuto al progetto di Matera (e sono parole del presidente Steve Green, non mie) la partecipazione dei cittadini, la buona governance e una prospettiva importante in termini di legacy, che sarebbe poi l’eredità che si costruisce per gli anni a venire.

Asciughiamoci le lacrime, non siamo morti. Siena c’è ancora e ci sarà domani e nel 2019 e anche oltre. Questa sfida ci ha ricordato quello che di buono sappiamo e possiamo fare e ci ha aperto gli occhi su un aspetto importante: le risorse intellettuali e competenti ci sono e la capacità di immaginare un futuro migliore, anche.
Certo adesso sarà più difficile. Adesso non arriveranno le pesanti risorse economiche che avrebbe portato la capitale europea della cultura, è vero, e probabilmente non tutti i progetti saranno realizzabili in concreto. Ma l’errore più gigantesco, miope e autolesionista che potremmo fare, sarebbe buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Temo, tema, temo la resa dei conti che tanto ci piace in Italia, per cui se qualcosa non va come dovrebbe, bisogna individuare i colpevoli e tagliare teste. Che poi, se guardiamo bene, l’operazione è spesso di solo maquilllage ché io tante teste colpevoli le vedo ben salde al loro posto. Siena ha perso la sfida per la Capitale e dovrà senza dubbio riflettere, domandarsi cosa ha sbagliato, cosa non ha funzionato, cosa sarebbe potuto essere migliore e anche, per carità, dove sono le responsabilità. Ma può darsi semplicemente che le responsabilità stiano nella banale verità che Matera ha fatto meglio quello che serviva. Non significa che quello che abbiamo fatto noi sia tutto da buttare. Anzi, significa che è proprio da quello che dobbiamo incominciare a costruire per darci una mossa e muovere i passi verso il futuro.
Se vogliamo che questa città diventi diversa, non abbiamo alternative. Io adesso mi asciugo due lacrime, smaltisco la fatica della giornata e da domani cerco di capire cosa posso fare. Se volete usare il vostro tempo a gongolarvi in nel “tanto era chiaro”, “ce lo siamo meritato“, “bene così” e tutto il resto del repertorio o se volete usarlo per cercare colpevoli da bruciare in piazza fatelo pure. Senza di me.

ps – con questo, per un po’, chiudiamo le danze. Nelle settimane, nei mesi scorsi ho parlato della candidatura allo sfinimento, semplicemente perché ci credevo. Ora tiro il fiato, anche perché so già che leggerò e sentirò molte cose che mi faranno intristire e arrabbiare. La Matta torna a fare la Matta. Per un po’.