Per i tuoi occhi, Giulia

Cara Giulia,

scrivo a te. Che hai il mio nome e che, con i tuoi pochi anni, potresti essere mia figlia.
Scrivo a te, che mi hai fatto piangere mentre ti guardavo, col pigiama impolverato e la coda di cavallo, attonita, impietrita, abbracciata al vigile del fuoco che ti ha tirato fuori, viva, da sotto le macerie di casa tua, aggrappata a lui ma senza forza, senza vigore, con quei piedini abbandonati, lo sguardo perduto, la bocca serrata.

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I confini della Festa

Dopo il primo giorno di vero caldo, i mattoni della città vecchia già ribollono nelle ore notturne. L’aria è pesante eppure già frizza, si sente che si avvicina il momento della Festa, che siamo pronti a mollare gli argini, a rinnovare il nostro rito, a ributtarci nella mischia abbandonando la ragione, anche solo per qualche giorno. È come il rumore della battaglia, lo senti arrivare da lontano, lo senti incedere passo dopo passo, avvicinarsi ora dopo ora, sai che è inevitabile, che il momento si avvicina, che non puoi fuggire. Che non vuoi fuggire.

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La libertà di lasciarti

Tutte noi da ragazzine ci mettiamo almeno una volta con un tipo ‘strano’. Uno di quelli che ci serve – o almeno così ci pare – per dimostrare la nostra ribellione nei confronti del potere costituito. Ovvero per sentirci ganze e diverse rispetto ai nostri genitori, alle nostre amiche, alla “società che ci giudica”. È (quasi) una tappa obbligata e solitamente dura poco, non tanto perché il tipo in questione sia ‘strano’ in qualche modo malato o pericoloso, ma semplicemente perché ci accorgiamo in fretta che, al di là della sua ipotetica ‘stranezza’, in lui troviamo poco o niente. Vabbè, anche io da ragazzina mi sono messa con un tipo ‘strano’. E chiaramente è durata poco.

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Primo maggio freelance 

Il giornalista freelance è il mestiere più bello del mondo. Quando te ne accorgi, quando passi il limite segnato dal sentirti uno sfigato precario senza prospettive e decidi invece di autoproclamarti un freelance, ti sembra di essere dio. Perché sai di poter scrivere, innanzitutto. Di quello che ti chiedono ma anche di quello che ti va. Senza imposizioni né limiti, solo vedere il mondo, ascoltare le persone e poi scrivere. Poi perché ti sei liberato del desk. Significa non avere orari, non avere turnazioni antipatiche né piani ferie da concordare, significa non dover segnare le notti o ipotecare le domeniche e, più di ogni altra cosa, significa non restare inchiodato ad aspettare pezzi di altri cui devi dare solo una forma e un titolo. Per chi ama scrivere e ha la pretesa di raccontare il mondo, il desk è una tomba di legno e computer in cui finire seppelliti come le mummie dentro i sarcofagi, con la sola speranza che prima o poi, un giorno, un archeologo esploratore arrivi ad aprirti il coperchio prima che sia troppo tardi.

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Vita e paura nei chiaroscuri di Brussels

La luce di Brussels è rapida e mutevole. Può cambiare in un attimo e senza preavviso, la grandine arriva violenta a tagliarti il viso laddove un attimo prima c’era il sole, senza lasciarti il tempo di cercare riparo. In questo fine aprile che ha il sapore freddo dell’inverno, il vento del nord spazza il cielo all’improvviso, alternandone i colori e accentuando i contorni della città. La luce di Brussels abbaglia e, insieme, ferisce; disegna una capitale in cui i contrasti convivono, la storia e il contemporaneo, l’arte e la politica e, oggi, la vita e la paura. Convivono e si alternano.

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