La giornata storica che non abbiamo capito

ovvero, considerazioni a margine dell’assemblea del Monte dei Paschi.

Lontani i tempi della difesa strenua del tetto del 4% o della battaglia tra Antonella Mansi e Alessandro Profumo sulla calendarizzazione dell’aumento di capitale (dimostratosi poi insufficiente), l’auditorium della banca Monte dei Paschi in Viale Mazzini ha tanti posti vuoti. Non è una di quelle occasioni da tutto esaurito, anche se muove il solito giro – tutta la stampa economica nazionale in primis e qualche politico che cala su Siena, per prendere un po’ di luce da riversare sulla propria campagna elettorale.

Eppure, la giornata è a suo modo storica. Non tanto per l’approvazione dell’ennesimo bilancio in perdita – che racconta una ‘rinascita’ che tutti auspicavano e speravano più rapida e consistente di quanto si sia rivelata – ma soprattutto perché, con il nuovo aumento di capitale (da tre miliardi, partirà a giugno) e la nomina del nuovo consiglio di amministrazione (con la Fondazione Mps ormai scesa al 2,5% e destinata a calare ancora e con i soci sudamericani impegnati con il patto di sindacato al 9%), il volto e la governance della banca cambieranno ancora e per sempre. Tappa obbligata di un percorso che la porterà all’aggregazione. E non è più un’ipotesi; non ci si chiede più se, ma solo quando e con chi.

Cambia tutto, dunque, nella banca senese che senese lo sarà sempre meno. E se da una parte è comprensibile un po’ di nostalgia mista a rabbia – al pensiero che si sia riusciti a triturare in dieci anni quello che era stato costruito in cinquecento – dall’altra parte una riflessione diversa e a margine è necessaria. E riguarda quello che accade al fianco della banca, fuori da essa.

La difesa del Monte dei Paschi da parte delle istituzioni cittadine è sulla carta legittima (al netto delle colpe, delle false verginità, degli stupori tardivi, dei “non c’ero e se c’ero dormivo”  che un po’  sorprendono ma un po’ fanno anche incazzare), ma non può essere l’unica strada. L’unico scopo. L’unica soluzione.

Il dramma vero, che la crisi del Monte dei Paschi rende esplicito, sta nella mancanza di una exit strategy. Cittadina. Lo ha dimostrato, appunto, la difesa arroccata prima sul tetto del 51% poi (come cambiano i tempi…) del 4%: “Hanno applicato alla finanza la logica contadina” mi spiega un preparato collega economico. E io capisco cosa vuole dire, anche se di economia non ci capisco niente.

Più grave è quello che è successo dopo: ad esempio l’ultimo accapigliamento tutto politico (anzi, partitico) sulle nomine della Fondazione, prima, e del cda della banca dopo. “Si accapigliano per una poltrona senza essersi accorti che è diventato uno strapuntino”, altro collega dixit. Tutto vero. E intanto? Che accade, fuori?

Niente, non accade niente. Questo è il problema senese. La città è ancora lì, immobile, ad aspettare che babbo Monte tiri fuori la mammella. A sgomitare per trovarsi un posticino al sole, da cui attingere alle risorse della banca, come accadeva prima, quando c’erano spazio e denaro per tutti. Bastava mettersi in fila e qualche doblone sarebbe caduto, pochi o molti che fossero. Eravamo tutti un branco di cuccioli che si fanno strada verso le mammelle cariche della mamma, consapevoli che nessuno resterà indietro. E, nel frattempo, ci dimenticava,o di formare una classe dirigente – a tutti i livelli – che fosse in grado di colloquiare col mondo; ci accontentavamo di essere i reucci del nostro piccolo feudo, orgogliosi della nostra autosufficienza, illusi che la fuori nel mondo fosse facile come qui dentro le mura.

Molti sono ancora lì. Ad aspettare. Questo è il vero dramma: non aver capito o, peggio ancora,  non voler capire. Non voler capire che lo scenario è cambiato e che la vera battaglia, oggi, non è combattere per mantenere la sede della direzione generale a Siena, ma è riuscire a costruire una strada alternativa al sostentamento targato Mps. Individuare altre linee di sviluppo economico, altri – come diciamo oggi – asset strategici su cui investire. Altre formule di fund raising, di attrazione di capitali, altri partner da attivare su progetti strategici a medio e lungo periodo.

La gestione della cultura è, in questo, paradigmatica. Non è un mistero che il Santa Maria della Scala non abbia ancora una nuova governance perché avevamo sempre immaginato che il partner privato da coinvolgere sarebbe stata la Fondazione Mps, tramite i dividendi della banca. E che, adesso che quel partner non ci sta più, non sappiamo dove altro guardare, chi coinvolgere, a quale portone andare a bussare.

Non è un mistero che la Regione Toscana abbia messo a disposizione 40milioni di euro per la progettazione culturale del cosiddetto piano B di Siena 2019 e che sia in attesa dei progetti esecutivi dettagliati,  perché su quelli si erogano i fondi europei, non come si faceva – appunto – una volta, della serie “prenditi i soldi e facci un po’ quello che ti pare. In attesa, sì, perché da ottobre ad oggi ancora non siamo stati in grado di rendere qualcosa immediatamente cantierabile, tanto da farci dubitare che quando noi saremo pronti, la Regione non sara più lì ad aspettarci.

Sono piccoli esempi ma eclatanti. Non abbiamo un’altra strategia. Ecco cosa mi fa paura. Vedere una città che – continuiamo a dire – ha molte potenzialità di sviluppo, nella cultura, nel turismo smart, nelle biotecnologie, nella ricerca accademica e che continua a non investirvi, perché aspetta che tutto torni come era, che la bolla si ricomponga e che il Babbo Monte torni a risolverci i nostri piccoli, grandi problemi. Vedere una città che parla di rinnovamento senza comprendere che il rinnovamento lo si fa con le azioni e non con le parola, cambiando le dinamiche non i soli nomi. Stiamo lì e aspettiamo, in fila di fronte alla mammella già svuotata, piccole principesse addormentate in attesa del principe azzurro..

E non comprendiamo, non accettiamo, che – fuori dal mondo incantato della nostra piccola Disneyland – o ci svegliamo da soli e iniziamo a correre, o siamo destinati a dormire per sempre. E a sparire.

 

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