Karma, quest’anno voglio comandare io

Bilanci e buoni propositi sono due delle cose che mi riescono peggio in assoluto nell’ampio spettro delle capacità umane. Finisce di solito con una lunga lista di rimpianti che mi avvelenano il cuore e una altrettanto lunga lista di “vorrei che so bene di non saper mantenere. Non ne faccio di niente, dunque. Però penso.

Penso che il 2016 è stato un anno bipolare, in cui la maggior parte dei punti fermi della mia vita è andata gambe all’aria. Tutto si è rimescolato, a volte anche in modo molto doloroso e non senza traumi, eppure non mi sento una persona ferita, né traumatizzata, né dolorante. Alcuni pezzi li ho ricostruiti, o sto comunque tentando di farlo, e alcuni di questi si stanno rivelando talmente perfetti da non sapere nemmeno come ho fatto fino ad oggi, senza di loro. Un anno bipolare ha messo Giulia su una strada senza cancelli. Senza limitazioni, né rotte prestabilite. Paradossalmente, oggi posso fare tutto ciò che voglio. Anche andare a Londra a fare la cameriera in un pub (ipotesi per altro non da escludere del tutto).

Chiaramente, questo fa molta paura. Perché avere infinite possibilità può voler dire non averne nessuna. Ma carica anche di una potente adrenalina, quell’andrenalina che ti fa affacciare al Capodanno come a una bella finestra panoramica, una di quelle finestre sul mondo cui ti accosti, appoggi i gomiti sul davanzale, guardi avanti e dici all’aria: bene, adesso, quindi, che si fa?

Mi sono affacciata così al mio 2017. Con quest’aria un po’ sbruffona da bulletta di periferia pronta a muovere le mani, a mordere per guadagnarsi il suo pezzettino di marciapiede al sole che, insomma, con il culo che mi sono fatta sotto tanti punti di vista sarebbe anche l’ora. Mi sono affacciata preparando scintille e fuochi d’artificio, da far esplodere a mezzanotte a colpi di gintonic.

E niente. Il 1 gennaio, dopo pranzo, sono stata abbattuta dall’influenza come da un un missile terra-aria. Avete presente quando leggete sui giornali che gli esperti dicono che ogni volta il virus è più potente e che la malattia sarà più forte e contagiosa eccetera? Ecco, sappiate che quest’anno è vero.

Il mio 2017 è cominciato con novantasei ore di febbre fissa sopra a 38 nonostante la teglia di tachipirina che ho ingurgitato ed è proseguito, in generale, con un cocktail di sciroppi, tisane, balsami di tigre, cristalli di menta, antibiotici formato cavallo, digiuno, dolori, sudate nel letto che nemmeno all’Equatore, solitudine, fastidio, tosse, raffreddore, mal di testa, incubi, silenzi, allucinazioni e una scorta di bestemmie che credo possa bastare abbondantemente a coprire i primi tre trimestri dell’anno nuovo.

Ho pensato: si comincia veramente male. Ho pensato: il karma incattivito – come abbiamo soprannominato con le mie amiche quel simpatico destino che ad esempio, come cantava Alanis Morissette, ti fa incontrare l’uomo della vita e, un minuto dopo, ti fa conoscere anche sua moglie – mi sta ricacciando in gola a suon di pasticche e tossiconi il mio sguardo da bulla di periferia, tanto per mettere in chiaro che anche nel 2017 vuole comandare lui.

E no, invece. In realtà era solo un colpo di coda. Era il colpo di coda infame dell’anno bipolare. La prima settimana del 2017 è stata, in verità, l’ultima settimana del 2016. La settimana in cui liberarsi delle tossine, la settimana in cui spurgare il corpo dai troppi carboidrati, dalle sigarette, i bagordi, i gintonic, le delusioni, le promesse tradite, le sorprese sgradite, i dolciumi, i regali insensati, le ore di cattivo sonno. E ricominciare. Davvero. Ad esempio da dei nuovi, fiammanti, scarponcini da trekking (fatto). O dal progetto di andare in Svezia, a caccia dell’aurora boreale (questa, però, è un’altra storia).