In quel lago ci sono sono affogata anch’io

(avvertenza: post patetico e nostalgico. State alla larga se non siete nel mood).

Le Feriae Matricularum si amano o si odiano. Io le ho sempre amate. Sarà per i 33 giri con le canzoni delle vecchie operette che i miei hanno conservato come le cose sante e che io ascoltavo, da ragazzina, sul giradischi retrò. O per quei due goliardi gemelli – di babbo e mamma – che facevano bella mostra di sé su una mensola dello studio e che io andavo a sbirciare, invidiando quella possibilità che non mi era data. Due cose sole, d’altronde, invidio ai maschietti: poter entrare in Piazza monturati e poter fare le Feriae (per tutto il resto sono più che fiera di essere nata nell’altra metà del cielo!).
Insomma, anche per chi come me le Feriae non ha potuto farle – ma si è limitato a gravitarci intorno, a goderne da ‘fuori’ – la domenica dopo l’ultima operetta è un giorno malinconico e complicato. “È un giorno drammatico“. Un giorno da occhi gonfi e stanchezza cosmica – e ora che siamo ‘anziani’, diciamocelo, ancora di più! – e un giorno di nostalgia per quello che accaduto e che si chiude, in attesa del prossimo anno.

Le Feriae ti costringono a guardare in faccia il tempo. Quando sei giovane, brillante e ‘a bollore’ perché passano troppo presto e ti bruciano come un tizzone tra le mani in un solo attimo; dopo – oggi – perché vai in teatro e ritrovi vecchi amici, gente che non vedi da una vita e che rivedi poi una volta all’anno, e in loro, e nei goliardi di oggi, rivedi te stesso, quello che è stato, quello che siamo diventati. Io guardo i goliardi di oggi e ricordo come guardavo “i miei”, quando ero una ragazzina o una matricola. E mi sembravano tutti grandi e belli e uomini di mondo, e oggi invece mi viene voglia di andare a sistemargli il mantello sulle spalle e dirgli “tesoro copriti, che prendi freddo e poi perdi la voce”. Che amarezza.

Ma andiamo oltre. Delle “mie” Feriae – seppur fatte da donna, quindi restando ai margini, certamente senza capirle né goderle fino in fondo, senza essere capace di introiettare tutte le sfumature – ho ricordi indelebili. Il mio goliardo che portavo fiera ma anche con timore, tanto erano rari quelli in mano alle ragazze: ricordo che lo tenevo in borsa e lo cacciavo fuori solo per l’inno in teatro e il Gaudeamus perché mi sembrava quasi di non averne troppo il diritto. Ma ricordo anche l’orgoglio con cui rispondevo, quando qualcuno mi chiedeva “di chi è questo?” pensando che fosse simbolo di qualche ‘tresca’ e io invece dicevo semplicemente, “mio“. Poi quella volta che la preside del Liceo Scientifico aveva messo il veto – “quest’anno gli studenti non entrano”: facevo terza, ne sono sicura perché avevo la classe proprio accanto all’ingresso della scuola. E allora il portone glielo aprii io. Lo confesso: sono colpevole! E ancora ricordo il passo sicuro e fiero del “mio” Principe che scende attraverso Piazza verso il teatro dei Rinnovati con il mantello al vento e mi pare, per quei quattro giorni, il padrone della città. Gli undici (undici?) bis della Haka ché pareva venisse giù il teatro. Tanti aneddoti che è meglio se tengo per me, tanto voi sapete che sto parlando (anche) di voi…! E poi ricordo un sabato. Un Principe sul palco che, dopo il finale dell’operetta, continuava ad attaccare l’Inno, una, due, dieci volte perché finché duravano i canti lui era il Principe e c’erano le Feriae e quando invece i canti fossero finiti tutto sarebbe tornato ‘normale’. E un altro, che si sarebbe laureato poche settimane dopo: seduto sul palcoscenico, le gambe ciondoloni in fossa, che nemmeno riusciva a cantare perché teneva il goliardo tra le mani e piangeva come un bambino.

Tutte scene che porto con me. Di come eravamo, di come ero io. Difficili da spiegare se non ci sei passato e di certo banali se raccontate da me che, appunto, sono stata solo ai margini. Ma se si ha voglia di andare un briciolo oltre alla visione stereotipata e superficiale che vuole le Feriae come un “gruppo di ‘briachi che prende le sbornie e importuna le citte” (definizione in versione elegante), ci si rende conto che sono una sorta di gigantesco romanzo di formazione. Un modo (non l’unico, che diamine) di crescere imparando a rapportarsi con gli altri, su tanti e diversi livelli. Ti infila e ti risucchia in una rete di relazioni che rimangono, negli anni, anche quando la vita ti fa fare percorsi diversi e in cui, poi, ‘ti ritrovi’, ti ‘riconosci’. Sono il senso di appartenenza che a Siena ha tante forme ed ha anche questa.

E sono la palestra formidabile in cui si insegna e si impara l’ironia. Non solo il sarcasmo, non solo “il buffo” che fa ridere e strappa gli applausi. Le Feriae incarnano la capacità di dissacrare, di non prendere nessuno, in primis se stessi, troppo sul serio. Di non accettare potenti incriticabili, santuari inattaccabili, dogmi ineludibili. Le Feriae ti insegnano la libertà. Fuori e dentro di te.
E ti insegnano che il tempo scorre. Vita nostra brevis est. Per tutti. Ecco perché va vissuta senza sosta, senza rimpianti. Va presa a morsi la vita, in tutti i suoi aspetti che qui si traducono in “Bacco, tabacco e Venere” ma che è solo un modo di dire “vai, fai di te stesso quello che tu vuoi essere, prendila a morsi la vita”. Perché alla fine non importerà quanto sei potente, quanta strada hai fatto, quanti compromessi hai accettato per costruirti una posizione solida. Non importeranno il tuo percorso, la tua fama, i tuoi soldi: alla fine, alla fine che può anche essere vicina, nemini parcetur, nessuno sarà risparmiato.
Gaudeamus!

ps. La Goliardia non l’ha inventata Siena né tanto meno ne scrivo adesso solo io che non ne ho forse neppure il diritto giacché, come donna appunto, ne ho vissuto solo una briciola. E, certo, ci sono tanti altri modi per imparare la vita. Questo però è divertente. E te lo porti dietro per sempre. Ci si rivede il prossimo anno, in teatro.

ps2. Ognuno ha l’operetta del suo cuore. La mia è questa:

 

4 pensieri su “In quel lago ci sono sono affogata anch’io

  1. Meraviglioso Giulia…
    Sei una libellula che vola libera…
    Memento Gaudere Semper
    Rondino Prence

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