I confini della Festa

Dopo il primo giorno di vero caldo, i mattoni della città vecchia già ribollono nelle ore notturne. L’aria è pesante eppure già frizza, si sente che si avvicina il momento della Festa, che siamo pronti a mollare gli argini, a rinnovare il nostro rito, a ributtarci nella mischia abbandonando la ragione, anche solo per qualche giorno. È come il rumore della battaglia, lo senti arrivare da lontano, lo senti incedere passo dopo passo, avvicinarsi ora dopo ora, sai che è inevitabile, che il momento si avvicina, che non puoi fuggire. Che non vuoi fuggire.

Così, in Piazza stanno montando i palchi e presto sarà stesa la terra. Nei pomeriggi risuona il rullare dei tamburi dei ragazzi che si allenano per le rifiniture, per essere certi di essere pronti, quando dovranno vestire l’orgoglio di quei panni; si scivola ormai inesorabilmente verso quella stagione in cui Siena indossa davvero il vestito buono, non tanto per mostrarlo ai molti che arrivano, ma soprattutto per accarezzare questa nostra identità, ripiombarci in questo nostro senso di appartenenza che si rinnova, sempre uguale a se stesso, sempre sangue nelle nostre vene, ovunque ci porti la vita.

Eppure – almeno per me, per gli altri non so – è un’attesa diversa, questa. Le inchieste piovute sul Palio e intorno al Palio mi costringono in qualche modo a ridisegnare l’orizzonte. O quanto meno a tracciare il perimetro di una discussione che si fa inevitabilmente faticosa e scoscesa, inevitabilmente incastrata tra la tentazione di difenderci e l’esigenza, inderogabile, di pagare un prezzo all’onestà intellettuale.

Gli avvisi per i cazzotti in Piazza sono un sasso destinato a generare molti cerchi nello stagno. Non è vero che per la prima volta la magistratura “interviene” sulla Festa né tantomeno si “intromette”. È già accaduto e non dimentichiamoci che, in altre situazioni, siamo stati noi a “farlo accadere” con denunce private e personali. Non è questo il caso, questo è un caso d’ufficio. Ma davvero qualcuno pensava che nell’era contemporanea – e in questo “contemporanea” ci metto tutto, non solo l’avvento della Rete e dei social network – una cazzottata del genere fatta di fronte a migliaia di persone e ripresa da migliaia di telefonini che hanno provveduto (non solo per obbligo professionale, quello  dei giornalisti…) a caricarla on line in tempo quasi reale potesse passare inosservata? Davvero qualcuno pensava che un magistrato o un qualunque responsabile delle forze dell’ordine avrebbe fatto finta di niente perché “siamo a Siena e queste cose succedono”? E davvero qualcuno pensava che un cavallo sequestrato e stramazzato in pista dove non sarebbe dovuto essere, di fronte a decine di occhi, non avrebbe destato alcun sospetto, non avrebbe generato alcuna domanda? Suvvia, siamo seri. Siamo a Siena, è vero, ma mi risulta che non siano più i tempi della Repubblica, che non battiamo moneta e che il nostro ordinamento sia ancora governato dalle leggi dello Stato.

La riflessione da fare, allora, è un’altra seppur nel rischio di banalizzare tutto.

Uno: la sfera privata. La nostra, di singoli cittadini e di contradaioli. Ha a che fare con la sensibilità e il giudizio individuale, certo, ma ha a che fare anche con l’educazione, quella impartita dalla famiglia ma in questo caso specifico soprattutto dalla Contrada. Il nostro senso di appartenenza deve formalizzarsi anche in quello, nella salvaguardia di ciò che siamo. Di ciò che è nostro. Per me, personalmente, significa che di Contrada si parla in Contrada e, al limite, al bar. Non altrove. Significa che, se si fanno i cazzotti, o si fanno (perché sono i “nostri”) o si guardano, non si tira fuori il cellulare per postare il video su Facebook o inviarlo all’universo mondo via Whatsap. E chi non c’era e non li ha visti? Si arrangia, come si faceva una volta, se li fa raccontare da chi c’era e contribuisce a quel meraviglioso pozzo di storie che si chiama “tradizione orale” e che si tramanda di bocca in bocca, aggiungendo o limando ogni volta i dettagli che più ci fanno comodo.

Due: la sfera pubblica. L’immagine o, come preferisco chiamarla per deformazione professionale, la comunicazione. La comunicazione è una cosa seria e Siena e il Palio, oggi, non ne sono all’altezza. Non si impegnano abbastanza. Ci siamo stracciati le vesti per ribadire che i cazzotti in Piazza altro non sono che la riproposizione di un rito, la formalizzazione fisica dell’animosità battagliera, del pathos, della fisicità che è un elemento fondante del Palio. Tutto vero. Ma siamo sicuri che sia chiaro anche all’esterno? Cosa hanno di diverso i cazzotti in Piazza agli occhi altrui, agli occhi ‘stranieri’, di diverso rispetto alla rissa tra tifosi fuori dallo stadio? Niente. Sono due ‘bande’ che si fronteggiano con ferocia per futili motivi. Linciatemi, ora, ma cogliete prima la provocazione. Noi sappiamo che i cazzotti in Piazza si fanno a mani nude. Noi sappiamo che si fanno con rispetto e onestà. Noi abbiamo sentito le tante storie dei cazzotti che si sono fermati perché qualcuno aveva perso l’anello e gli si dava modo e tempo di ritrovarlo sul tufo. Noi sappiamo che il fine dei cazzotti in Piazza è la difesa della propria identità, il rafforzamento di un patto di guerra, la rivendicazione di un rispetto dovuto alla nostra storia e non, mai, la distruzione fisica di un nemico acerrimo da annientare. Noi sappiamo che,  passata la buriana, il giorno dopo ci si trova a bere insieme e siamo ancora amici, siamo ancora fidanzati, siamo ancora uguali, anche se avversari, perché questo siamo “avversarie sul Campo, al di fuori sorelle”. Noi lo sappiamo. Cosa passa di tutto questo, all’esterno? Niente. Perché noi non ci sappiamo raccontare. Sappiamo solo ‘difenderci’ – o tentare almeno di farlo – quando ormai, però, è troppo tardi.
Finché Siena non saprà raccontare Siena sarà sempre in balia di forze maggiori di lei. E raccontare Siena non significa limitarsi a dire “abbiamo sempre fatto così”. Significa entrare nell’animo delle persone e accompagnarle a vedere da vicino i nostri riti, a comprenderli, a far loro toccare con il cuore cosa proviamo nell’essere così straordinariamente diversi e fuori dal mondo. E significa mettere questo racconto in pratica ogni giorno, non destinarlo a una retorica impacchettata per visitatori e giornalisti, da dimenticare poi, ad arte, quando i propri interessi si fanno più forti di quelli collettivi. Sì, quando i propri interessi si fanno più forti di quelli collettivi.

Nell’epoca totalizzante della globalizzazione che annacqua ogni aspetto identitario, quello che Siena ha saputo conservare e tramandare è un unicum straordinario e introvabile che abbiamo l’onore e il dovere di custodire. Non lo si fa con alterigia o presunzione, facendo finta che il mondo fuori non esista e che siamo più forti di lui.  Lo si fa guardando in faccia la contemporaneità ed adattandosi ad essa. E soprattutto lo si fa ponendoci delle domande necessarie per quanto dolorose: siamo ancora quello che eravamo, quello che amiamo raccontare, o siamo davvero diventati un gruppo di bande che si picchia con la ferocia di voler annientare fisicamente il nemico? Siamo ancora quello che eravamo, quello che amiamo raccontare, o siamo davvero diventati un’élite di avidi opportunisti che piegano gli interessi collettivi ai propri sogni di gloria, con il silenzioso assenso di una massa di complici senza discernimento?

Siena si salva e si difende se torna capace, in ogni momento, di guardarsi allo specchio e rendersi conto se si è passato il segno. Se è il momento di ripensarci e, perché no, fare un passo indietro. Di comprendere che quella che abbiamo tra le mani è una Festa. Unica, straordinaria, irripetibile, devastante, adrenalinica, passionale, irrazionale, libidinosa e drammatica e folle, ma pur sempre una Festa. Ricordiamocelo, nei prossimi giorni.