Viva Princi 

È una strana sensazione, disfare i bagagli. Appendere i vestiti nell’armadio, sistemare le magliette e la biancheria nei cassetti, le scarpe in bagno, i libri, i gioielli di plastica, le borse nello scomparto del piccolo comodino. Anche la valigia ha un posto suo, non riuscivo a capire dove la avrei messa finché non l’ho visto lì, naturale. Ovvio.   È una strana sensazione. Di permanenza. La sensazione di chi arriva per restare. Poco o molto non ha davvero importanza. Non ci siamo più abituati. Io, almeno, non ci sono più abituata, sempre in giro per un tempo troppo breve, un cambio o due al massimo che restano piegati in valigia, spesso appoggiata sul pavimento, nell’angolo di una stanza.

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La mia scollatura non è una scusa

Giuro, non credevo che ce ne fosse bisogno. Non credevo dovessimo stare ancora qui a parlare di questa roba, nel terzo millennio, in un paese occidentale, laico (?), civile (?) che dovrebbe aver scolpito il diritto alle libertà personali sulla pietra della propria stessa fondazione. Non avrei voluto che ce ne fosse bisogno. E probabilmente bisogno non c’è. Non c’è bisogno di aggiungere altro a quanto hanno già scritto i blog, i giornali, a quanto i soliti noti censori o commentatori da social network abbiano già sproloquiato, dividendosi – come è sport nazionale – tra innocentisti e colpevolisti, ché qui l’unica cosa che ci interessa pare essere una maglietta da indossare, una barricata da difendere, un nemico da accusare.

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La donna che vorrei essere

Mia mamma la amava, Oriana Fallaci. O meglio, l’ha amata prima dell’11 settembre, prima de “La rabbia e l’orgoglio” da cui, diceva, si sentiva tradita. Credo l’amasse come donna libera. Come donna che era andata nel mondo senza piegarsi ai compromessi e alle regole imposte, come donna forte in un mondo di uomini, come donna capace di passioni enormi su cui nemmeno lei aveva il controllo. Credo, non ne abbiamo mai parlato davvero. Prima ero troppo giovane, mi limitavo a vedere tutti quei libri su un’unica mensola dello studio. Poi, lei era troppo arrabbiata con Oriana e io forse ancora troppo giovane o troppo distratta.

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Il mio regalo di Natale (e la vostra buona azione a spese mie)

Il Natale, oh mio dio. Luci colorate, musichette che ti invadono da dentro le vetrine, folla scomposta e agitata che formicola nelle strade, dentro e fuori dai negozi, con pacchi e pacchetti, sgomita, scalpita, affannata alla ricerca del regalo giusto. O di una boiata qualsiasi di cui non frega niente né a chi la compra né a chi la riceve ma, tant’è, così funziona, bisogna farsi i regali e gli auguri e i “se non ci rivediamo tanti auguri a tutti“. Ma a tutti chi?

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Casalinga disperata

La mia lavatrice si sta ribellando. Ho sempre pensato di essere in grado di gestire una lavatrice. Gestire una lavatrice è semplice. Basta leggere nello specchietto stampato sopra e fare quello che ti dice. Cotone: programma B. Cotone, ciclo breve: programma C. Sintetici e misti: H. E così via. Poi c’è la temperatura, ma su quello si casca in piedi: basta mettere sempre 30 gradi. Magari non laverà proprio a fondo, non sterminerà tutti i germi dell’universo, ma grossi danni a 30 gradi non si possono fare. Raramente mi arrischio sopra i 30 gradi. 40, a volte, ma solo coi bianchi di cui mi importa il giusto, tipo le lenzuola.
Insomma, gestire una lavatrice è una cosa che a trent’anni suonati si deve saper fare.
Io so fare la lavatrice. Il problema è che ultimamente la mia lavatrice si sta ammutinando.
In tre giorni ho devastato una sciarpa di cachemire, un golf, una giacca di lino e (per fortuna non irrimediabilmente) una tuta intera di cotone. Non una tuta da ginnastica, una tuta da sera, un vestito che adoro.
Qual è il problema?
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