Ludovica che mi fa guardare nel buio (e capire l’Italia di Alfredino)

Ludovica ha sei anni, una giacca rosa e un cappello di lana calato storto sugli occhi. L’abbiamo conosciuta attraverso quattro immagini, quattro fotogrammi in sequenza. Nel primo, la sua testolina arruffata spunta da un buco buio scavato nella neve ghiacciata mentre i soccorritori se le passano tra le braccia, uno dopo l’altro, in una catena di misericordia e tenacia che appare miracolosa. Nelle altre tre, Ludovica è avvolta in una coperta di lana e abbracciata – aggrappata – a un paramedico con gli occhiali e la tuta arancione. E’ aggrappata a lui che scende dall’elicottero sulla pista di atterraggio. E’ aggrappata a lui che la porta, in braccio, dall’elicottero all’ambulanza. E’ ancora aggrappata a lui, seduto dentro all’ambulanza col portellone aperto, subito prima che parta verso l’ospedale di Pescara, dove finalmente ritroverà la luce, il calore, l’aria salubre e, soprattutto, la sua famiglia. Ludovica è aggrappata al suo medico, come Giulia era aggrappata al vigile del fuoco che l’aveva estratta viva dalle macerie di Amatrice.

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Karma, quest’anno voglio comandare io

Bilanci e buoni propositi sono due delle cose che mi riescono peggio in assoluto nell’ampio spettro delle capacità umane. Finisce di solito con una lunga lista di rimpianti che mi avvelenano il cuore e una altrettanto lunga lista di “vorrei che so bene di non saper mantenere. Non ne faccio di niente, dunque. Però penso.

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Come sono tornata indietro 15 anni

Io odio le rimpatriate. Quando posso, evito accuratamente di tornare a cena con ex compagni di classe, colleghi universitari o gente con cui ho vissuto esperienze varie un millennio fa. Mi intristisco. Non ho figli di cui vantarmi, ma sono ingrassata lo stesso. Non ho nemmeno costruito una carriera strabiliante né vinto premi prestigiosi. Meglio stare alla larga dai confronti col passato. Finché si può. Poi, però, ci sono le Feriae. Arrivano puntuali, ogni anno, per metterti davanti al tempo che passa. Ti tradiscono, illudendoti di essere una celebrazione gioiosa della vita e lasciandoti poi invece, il giorno dopo, con un sapore amaro alla bocca dello stomaco, che non è (solo) il gin tonic ma l’amarezza della nostalgia.

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Per i tuoi occhi, Giulia

Cara Giulia,

scrivo a te. Che hai il mio nome e che, con i tuoi pochi anni, potresti essere mia figlia.
Scrivo a te, che mi hai fatto piangere mentre ti guardavo, col pigiama impolverato e la coda di cavallo, attonita, impietrita, abbracciata al vigile del fuoco che ti ha tirato fuori, viva, da sotto le macerie di casa tua, aggrappata a lui ma senza forza, senza vigore, con quei piedini abbandonati, lo sguardo perduto, la bocca serrata.

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La libertà di lasciarti

Tutte noi da ragazzine ci mettiamo almeno una volta con un tipo ‘strano’. Uno di quelli che ci serve – o almeno così ci pare – per dimostrare la nostra ribellione nei confronti del potere costituito. Ovvero per sentirci ganze e diverse rispetto ai nostri genitori, alle nostre amiche, alla “società che ci giudica”. È (quasi) una tappa obbligata e solitamente dura poco, non tanto perché il tipo in questione sia ‘strano’ in qualche modo malato o pericoloso, ma semplicemente perché ci accorgiamo in fretta che, al di là della sua ipotetica ‘stranezza’, in lui troviamo poco o niente. Vabbè, anche io da ragazzina mi sono messa con un tipo ‘strano’. E chiaramente è durata poco.

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