Casalinga disperata

La mia lavatrice si sta ribellando. Ho sempre pensato di essere in grado di gestire una lavatrice. Gestire una lavatrice è semplice. Basta leggere nello specchietto stampato sopra e fare quello che ti dice. Cotone: programma B. Cotone, ciclo breve: programma C. Sintetici e misti: H. E così via. Poi c’è la temperatura, ma su quello si casca in piedi: basta mettere sempre 30 gradi. Magari non laverà proprio a fondo, non sterminerà tutti i germi dell’universo, ma grossi danni a 30 gradi non si possono fare. Raramente mi arrischio sopra i 30 gradi. 40, a volte, ma solo coi bianchi di cui mi importa il giusto, tipo le lenzuola.
Insomma, gestire una lavatrice è una cosa che a trent’anni suonati si deve saper fare.
Io so fare la lavatrice. Il problema è che ultimamente la mia lavatrice si sta ammutinando.
In tre giorni ho devastato una sciarpa di cachemire, un golf, una giacca di lino e (per fortuna non irrimediabilmente) una tuta intera di cotone. Non una tuta da ginnastica, una tuta da sera, un vestito che adoro.
Qual è il problema?

Il problema è che ho letto lo specchietto sulla lavatrice ma non ho letto le etichette dei vestiti – cosa complicata anche perché spesso le taglio perché mi danno noia. Oppure quando le ho lette le ho ignorate. Perché non avevo tempo. Ho buttato dentro tutto insieme, facendo una ‘media’ dei tessuti e cercando un programma ‘adattabile’. Oppure, ho semplicemente chiuso gli occhi è sperato. Lavare a secco: significa portare in lavanderia. Non ho tempo di andare in lavanderia. La lavanderia costa e soprattutto in lavanderia devi avere tempo di andare a portare e andare a ritirare. Due viaggi in lavanderia.
Oppure, lavaggio a mano delicato. Io non so lavare a mano delicato. La lavatrice di mio babbo ha un programma di ‘lavaggio a mano delicato’ ma io non ho tempo di andare a casa di mio babbo. Sono settimane che non vado a casa di mio babbo. È lui che viene da me per tutti quelli che chiama ‘servizi generali’. Tipo portarmi frutta e verdura dal mercatino a filiera corta, dove non riesco ad andare perché c’è solo la mattina, solo due giorni alla settimana. Tipo portarmi i panni stirati e prendere i panni lavati ma da stirare, perché da lui ci va una signora mitica – che Dio la benedica per sempre – a stirare. A casa mia nessuno stira. Mia mamma diceva che preferiva saltare due cene ma pagare la signora che stirava. Non è da escludere che lo abbia fatto davvero, tanti anni fa, quando erano giovani e spiantati, stavano in una città diversa da quella delle loro famiglie e mio babbo, che ha portato tutta la vita giacca e cravatta tutti i santi giorni, macinava camicie come caramelle.

Questo è il punto. Il tempo.
Sabato pomeriggio avrei avuto un sacco di cose da fare. Se hai un lavoro tuo, se vuoi fare anche il giornalista ma sei precario, se ti vuoi occupare di cultura devi stare un sacco di tempo in giro. Devi andare dove le cose accadono, dove le persone si incontrano e parlano, dove puoi attivare contatti – coltivare il networking, dicono quelli bravi – e soprattutto dove trovi da imparare. Se ti vuoi occupare di cultura devi partecipare alle inaugurazioni, andare a teatro, seguire i dibattiti, capire cosa si muove in giro, dove ha aperto una galleria, cosa espone quell’artista che presenta il suo lavoro. Poi ovviamente di tutto questo devi scrivere. Insomma, di fatto non smetti mai di ‘lavorare’. Ed è bello. È quello che io voglio fare.
Insomma, sabato pomeriggio avevo un sacco di cose da fare e invece sono rimasta incastrata dalle faccende domestiche. Io ho un cattivo rapporto con le faccende domestiche. Manco di organizzazione.

Esempio. Volevo mettere a posto le scarpe da estate e tirare fuori le scarpe da inverno. Inizio. Tiro fuori le scatole delle scarpe da estate. Salgo a prendere le scarpe da inverno nell’altro armadio. Mi accorgo che ci sono dei panni asciutti da stendere. Stendo i panni. Mi accorgo che ci sono dei panni stirati e pronti per la casa al mare, ma siccome ho deciso di non riportarli nella casa al mare – che altrimenti dopo un’intera invernata di umido quando torno laggiù sono di nuovo da lavare – sono sparsi per la stanza. Vado nello sgabuzzino, trovo una scatola che avevo comprato da Ikea. Mi metto a montare la scatola. Vado in bagno a buttare la plastichina che imballava la scatola, vedo che il sacchetto del cestino del bagno è pieno. Smonto il cestino, tolgo il sacchetto, vado a buttarlo nel bidone in cucina. Mi accorgo che i fuochi sono da pulire. Mi metto a pulire i fuochi della cucina. Mi accorgo che mi manca il detersivo perché non ho fatto la spesa. Esco a comprare il detersivo e già che ci sono faccio anche la spesa.

Quando torno a casa con la spesa trovo, nell’ordine: la cucina incasinata perché ho iniziato a pulire i fuochi ma non ho finito, il cestino del bagno smontato, la scatola di Ikea montata a metà con sparsi lì intorno i panni del mare, i panni asciutti piegati ma lasciati in cima alle scale, le scarpe da inverno in mezzo alla stanza, le scarpe da estate in mezzo alla stanza, il bastone del swiffer montato, da passare per terra prima di rimettere le scatole delle scarpe al loro posto. Praticamente ho sbuzzato un pezzo di tutte le stanze di casa mia per mettere a posto cinque paia di scarpe che sono esattamente dove erano all’inizio del pomeriggio.
Per fare un albero ci vuole un seme, per fare un seme ci vuole un frutto, per fare un frutto ci vuole un fiore che mangiò il topolino che alla fiera dell’est mio padre comprò.
Sabato pomeriggio concluso. Respinta con perdite.

ps – scusate, avrei altro da dire ma ora devo andare a scaldare la pizza, ché ieri sono andata a fare la spesa ma non ho comprato niente di intelligente con cui cenare.