T2: e noi, abbiamo scelto la vita?

Commemorazione? Non è commemorazione, è nostalgia. Sei venuto in vacanza nel tuo passato“. Non sarà proprio così, la battuta; può darsi, sto andando a memoria, e ricomincerei a vederlo da capo, T2:Trainspotting. Lo aspettavo in gloria, la nostra generazione tutta, credo, lo aspettava in gloria. È arrivato, me lo sono bevuto da sola in un cinema pressoché vuoto, circondata da pochi ragazzi che quando è uscito Trainspotting probabilmente andavano alle elementari. Non possono capirlo, loro. Forse non possono capirlo nemmeno i critici che, infatti, non mi pare abbiano steso ponti d’oro. I sequel fanno sempre male, si fanno sempre male, funziona così.

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Ludovica che mi fa guardare nel buio (e capire l’Italia di Alfredino)

Ludovica ha sei anni, una giacca rosa e un cappello di lana calato storto sugli occhi. L’abbiamo conosciuta attraverso quattro immagini, quattro fotogrammi in sequenza. Nel primo, la sua testolina arruffata spunta da un buco buio scavato nella neve ghiacciata mentre i soccorritori se le passano tra le braccia, uno dopo l’altro, in una catena di misericordia e tenacia che appare miracolosa. Nelle altre tre, Ludovica è avvolta in una coperta di lana e abbracciata – aggrappata – a un paramedico con gli occhiali e la tuta arancione. E’ aggrappata a lui che scende dall’elicottero sulla pista di atterraggio. E’ aggrappata a lui che la porta, in braccio, dall’elicottero all’ambulanza. E’ ancora aggrappata a lui, seduto dentro all’ambulanza col portellone aperto, subito prima che parta verso l’ospedale di Pescara, dove finalmente ritroverà la luce, il calore, l’aria salubre e, soprattutto, la sua famiglia. Ludovica è aggrappata al suo medico, come Giulia era aggrappata al vigile del fuoco che l’aveva estratta viva dalle macerie di Amatrice.

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Karma, quest’anno voglio comandare io

Bilanci e buoni propositi sono due delle cose che mi riescono peggio in assoluto nell’ampio spettro delle capacità umane. Finisce di solito con una lunga lista di rimpianti che mi avvelenano il cuore e una altrettanto lunga lista di “vorrei che so bene di non saper mantenere. Non ne faccio di niente, dunque. Però penso.

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It’s oh so quiet…

Sabato scorso passeggiavo in Piazza del Campo quando ho incontrato un collega e mi sono fermata a scambiare due parole. Non lo vedevo da un po’ di tempo, dai lunghi giorni passati “a fare la guardia al bandone” – come dicevamo all’epoca – o a scaldare le sedie scomode al terzo piano del palazzo di Giustizia; così, in un pomeriggio pre-referendum e con il Monte dei Paschi ancora in piena tempesta, è venuto naturale mettersi a parlare del presente. Di cosa sarebbe potuto accadere nelle ore subito successive, come avrebbe influito il voto sulla stabilità dei mercati o sulla volontà d’investimento dei fondi stranieri, come sarebbe finita la banca che gli analisti continuano a definire come “già tecnicamente fallita” ma a cui si deve trovare una soluzione, riponendo fiducia in quel vecchio assunto del “too big to fail“.

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Come sono tornata indietro 15 anni

Io odio le rimpatriate. Quando posso, evito accuratamente di tornare a cena con ex compagni di classe, colleghi universitari o gente con cui ho vissuto esperienze varie un millennio fa. Mi intristisco. Non ho figli di cui vantarmi, ma sono ingrassata lo stesso. Non ho nemmeno costruito una carriera strabiliante né vinto premi prestigiosi. Meglio stare alla larga dai confronti col passato. Finché si può. Poi, però, ci sono le Feriae. Arrivano puntuali, ogni anno, per metterti davanti al tempo che passa. Ti tradiscono, illudendoti di essere una celebrazione gioiosa della vita e lasciandoti poi invece, il giorno dopo, con un sapore amaro alla bocca dello stomaco, che non è (solo) il gin tonic ma l’amarezza della nostalgia.

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