Amiche sconosciute

Giovedì sera, tarda sera. Non sono passate neanche dodici ore da quando ho accompagnato Violetta Bellocchio alla stazione dei treni e praticamente poco più di dodici da quando non sapevo nemmeno che voce avesse.
È piuttosto tardi. O meglio, è tardi per una città come Siena, dove dopo le dieci a fatica trovi un caffè perché – sai – loro hanno “già lavato la macchina” (mi sono sempre chiesta quanto cazzo deve essere complicato lavare una macchina del caffè, ma non è questo il punto). Insomma, è piuttosto tardi, io sono arrivata a casa a un orario improbabile senza aver fatto la spesa; non oggi, non ho fatto la spesa da giorni. In questi casi c’è solo una cosa davvero importante: avere degli amici che gestiscono un sushibar e sapere, quindi, che a qualsiasi ora tu arrivi, un posto al bancone bene o male te lo rimediano. Così adesso sono qui, al bancone del sushibar, a mangiare sushi e a trafficare con l’ipad.

Già, l’ipad. Detto anche ‘ancora di salvezza’. Hai presente – lo ha presente, per forza, chiunque gira tanto – quanta curiosità e quali sguardi può suscitare una donna che mangia da sola a ristorante? (Cioè, in realtà una donna che fa da sola un sacco di cose, tipo viaggiare, andare al cinema o al teatro, starsene sulla spiaggia a leggere o a camminare e via e via..).

Insomma, una donna che fa qualcosa da sola è disdicevole. Poverina. Alla mia età poi, che non è proprio quella di una fanciullina in boccio. Sola. Senza uno straccio di marito o un compagno. Senza – mioddio! – figli. (Che poi anche questo mica è vero; per inciso io potrei avere a casa una squadra di figli e averli lasciati, con buona pace, al mio fantastico marito perché io stasera avevo voglia di sushi e loro, che ne so, sono allergici al riso. Ecco, quello sì che sarebbe disdicevole!).
Vabbè, insomma, qui stiamo divagando.
È tardi, io sono al bancone del sushibar, mangio sushi, traffico con l’ipad che almeno mi dà un tono. Magari mi fa sembrare una che sta lavorando. (Una donna ossessionata dal lavoro che non stacca neanche dopo cena e che proprio per questo infatti è sola, guardala poverina, capirai chi la vuole una così. Ah, ridai. Vedi si casca sempre li….!).
Mah, insomma, pensino cosa vogliono. Mentre i loro sguardi mi accarezzano la schiena, io leggo. E leggo la sua rivista, la rivista on line fondata da Violetta Bellocchio. Cerco i pezzi di cui abbiamo parlato ieri insieme, quelli nuovi, quelli tradotti. Li scorro, uno dopo l’altro. E scopro un universo meraviglioso. Scopro un universo di donne meravigliose. Divertenti, ironiche e autoironiche. Drammatiche, certo. O leggere. Vere. Un universo popolato di donne che scrivono. Che raccontano che si raccontano, come faccio io – come vorrei fare io – e mi sembrano tutte forti, tutte intelligenti, tutte brillanti. Tutte belle. Me le immagino tutte belle e le sento un po’ tutte amiche.

Io non ho mai capito bene da che parte sto, su questa storia delle questioni di genere, e magari la faccenda sarebbe lunga da aprire qui. Ma insomma, ecco, Violetta la devo ringraziare. Perché ha dato vita a questo progetto e ha raccolto tutte queste donne, tutte queste storie che da oggi saranno un po’ il mio rifugio, quando avrò bisogno di uno sguardo amico. Uno sguardo che non mi giudica perché sono una sera, tardi, da sola, a mangiare il sushi e a trafficare con l’ipad.
Ecco. Tutta questa manfrine era per dirle grazie. A lei e a tutte loro.
Mi hanno fatto proprio bene!

POST SCRIPTUM
Mercoledì ho avuto l’onore e il piacere di conoscere Violetta Bellocchio, presentando il suo libro “Il corpo non dimentica“. Non perdetevelo. Il racconto di quell’incontro l’ho già scritto da un’altra parte, lo trovate qui, nell’altro ‘mio’ blog (mio e di una serie di altre persone).  Abbiamo le prove, invece, è la rivista on line che lei ha ideato e che racconta storie scritte da donne. E rigorosamente vere.