Ludovica che mi fa guardare nel buio (e capire l’Italia di Alfredino)

Ludovica ha sei anni, una giacca rosa e un cappello di lana calato storto sugli occhi. L’abbiamo conosciuta attraverso quattro immagini, quattro fotogrammi in sequenza. Nel primo, la sua testolina arruffata spunta da un buco buio scavato nella neve ghiacciata mentre i soccorritori se le passano tra le braccia, uno dopo l’altro, in una catena di misericordia e tenacia che appare miracolosa. Nelle altre tre, Ludovica è avvolta in una coperta di lana e abbracciata – aggrappata – a un paramedico con gli occhiali e la tuta arancione. E’ aggrappata a lui che scende dall’elicottero sulla pista di atterraggio. E’ aggrappata a lui che la porta, in braccio, dall’elicottero all’ambulanza. E’ ancora aggrappata a lui, seduto dentro all’ambulanza col portellone aperto, subito prima che parta verso l’ospedale di Pescara, dove finalmente ritroverà la luce, il calore, l’aria salubre e, soprattutto, la sua famiglia. Ludovica è aggrappata al suo medico, come Giulia era aggrappata al vigile del fuoco che l’aveva estratta viva dalle macerie di Amatrice.

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Karma, quest’anno voglio comandare io

Bilanci e buoni propositi sono due delle cose che mi riescono peggio in assoluto nell’ampio spettro delle capacità umane. Finisce di solito con una lunga lista di rimpianti che mi avvelenano il cuore e una altrettanto lunga lista di “vorrei che so bene di non saper mantenere. Non ne faccio di niente, dunque. Però penso.

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