Il Santa Maria che vorrei

Domenica pomeriggio di un febbraio che pare già primavera. Il cielo frastornato lancia certi squarci di sole da farti tremare i polsi, la campagna intorno sta fiorendo troppo presto, l’azzurro che si fa spazio tra i nuvoloni veloci è più intenso di quanto si possa raccontare.
Cammino, passeggio, mi godo l’aria tiepida, qualche ora per svuotare la mente che ogni tanto ci vuole. Mi fermo in Piazza del Duomo, mi siedo, la musica dell’iPod nelle cuffie, modalità random.

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Adesso tifo per lui

Non sono stata una renziana della prima ora. Non mi ha convinto fino in fondo quel passato da boy-scout (oh, che volete, io sono scioccata dagli adulti che girano in calzoni corti, che ci posso fare?), quel timbro della Democrazia Cristiana poi divenuta Margherita, quel modo di essere lui, il primo, il premier anche quando non era premier, il leader indiscusso che mi ricordava tanto modelli a me culturalmente poco affini.
Non sono stata una renziana della prima ora anche se riconosco a Matteo Renzi una forza comunicativa, una capacità di attirare le persone, di risollevare la fiducia, l’entusiasmo, la voglia di partecipazione che la sinistra non aveva da tanto, troppo tempo. Gli riconosco il coraggio di essersi messo in gioco e di aver cancellato – con il lavoro e con il consenso dato, evidentemente, anche dai risultati – quel primo ‘peccato originale’, la nomina a presidente della provincia di Firenze, giovanissimo, precettato e incaricato più da equilibri di partiti e coalizioni che dalla sua effettiva capacità di allora.

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Tu quoque, Matteo?

Tra poco meno di dodici ore Matteo Renzi salirà al Colle per ricevere dal presidente Napolitano l’incarico di formare il nuovo governo. E io ancora non me lo spiego. Sono passati quattro giorni da quando la direzione nazionale del Pd ha votato un documento per chiedere la sfiducia e fare cadere il Presidente del Consiglio. Del Pd pure lui. Cioè, un partito che non aveva vinto le elezioni ma aveva espresso un capo di governo ha scritto e votato al proprio interno un documento per impallinare un premier che il partito stesso aveva espresso. Siamo alla metafisica della politica. Ma non è questo che io non mi spiego.

Io non mi è spiego cosa è scattato nel cervello di Matteo Renzi.
Non mi spiego perché lui che aveva detto e ripetuto fino allo sfinimento – l’ultima volta in tv, la settimana scorsa – che Enrico Letta era un premier del Pd e che lui lo avrebbe sostenuto lealmente, che non aveva nessun interesse a far cadere il governo senza prima aver fatto le riforme principali – leggasi legge elettorale – e che insomma non sarebbe certo stato lui a staccargli la spina, di punto in bianco nel giro di pochi giorni abbia deciso di impallinarlo come un tordo, cancellandolo in dodici ore dalla scena politica nazionale, senza appello.
Non mi spiego perché lui che aveva detto e ripetuto fino allo sfinimento che mai sarebbe andato al potere con un blitz politico senza prima passare dal consenso delle urne, che mai si sarebbe piegato a un giochino di poltrone da prima repubblica, di punto in bianco e nel giro di pochi giorni abbia deciso di scalzare Letta dalla sedia e andarcisi a sistemare, con tanto di squadra di governo bella che pronta in quattro e quattro otto.
Non mi spiego perché abbia deciso di cadere nel trappolone che gli hanno costruito – o che forse si è costruito lui stesso – sapendo benissimo che non avrà i numeri né i tempi per portare a compimento, rapidamente, le riforme su cui si è sempre battuto e che ha dichiarato, leggasi di nuovo in primis legge elettorale. Non ce li aveva il precedente governo, i numeri, non ce lì avrà nemmeno lui.

Ma non mi spiego, soprattutto, perché Matteo Renzi abbia deciso di suicidare la propria immagine politica, distruggendo in novantasei ore il seguito e il gradimento che aveva coagulato negli ultimi due anni e che probabilmente lo avrebbero fatto uscire dalle urne – qualora ci fosse passato – con un consenso sconosciuto a qualsiasi leader della sinistra moderna.
Con un ribaltone in pieno stile democristiano da prima repubblica – quando la Dc cambiava segretario ai congressi e il giorno dopo cambiava il governo senza passare dal via – Matteo Renzi ha deluso e disilluso tutti coloro che in lui avevano visto il cambiamento e che in quel cambiamento avevano creduto. Ha ricacciato nel l’angolo quei potenziali elettori del Movimento Cinque Stelle che magari, ormai disamorati e imbarazzati da certe derive becere e scomposte dei propri parlamentari, avrebbero potuto scegliere di riporre in lui la loro voglia di rottamazione.
In una parola, in novantasei ore Matteo Renzi ha frantumato i castello di credibilità e di appeal che aveva costruito negli ultimi due, quattro anni.

Ora, siccome Renzi è uno che non improvvisa, che ha deciso a tavolino anche quale doveva essere il colore della sua camicia per permettergli di scalare la vetta della politica nazionale, è evidente che abbia una strategia.
Non può essere solo che “il potere logora chi non ce l’ha”, ma che quando ci arrivi e lo vedi così vicino perdi la testa. Non può essere solo che ha visto il traguardo lì, a portata di mano, e lo ha voluto raggiungere pur consapevole del rischio che si prendeva bruciando tutti i tempi e facendo saltare lo schema. Non può essere nemmeno in preda la delirio di onnipotenza (o forse sì…?). No. Una strategia deve esserci.

Ma io giuro, non la capisco. Vedremo, adesso. Poche ore per capire quale sarà il governo, quali numeri avrà, poche settimane per capire il destino del ‘rottamatore’. Se ha un asso nella manica – che a me misera analista di provincia sfugge – allora è un genio della politica e governerà indiscusso per i prossimi vent’anni. Se non ce l’ha, si piegherà a un altro inevitabile governo di larghe intese, vivacchierà per un po’ senza i numeri per fare le riforme e si sarà devastato da solo la carriera politica, facendo la figura dell’ennesimo imbonitore che si riempie la bocca col cambiamento mentre aspira soltanto a una poltrona più larga, comoda e duratura.

Non lo so. So che poco più di una settimana fa, quando Renzi non si era ancora travestito da giustiziere del governo, allo SpazioUnoDue abbiamo presentato la sua biografia, Matteo Il Conquistatore, di due bravi colleghi giornalisti, Alberto Ferrarese e Silvia Ognibene, che lo hanno seguito passo dopo passo negli ultimi quattro anni e, soprattutto, nell’ultima campagna per le primarie. Per la quarta di copertina gli autori hanno scelto una citazione dello stesso Renzi.

Io sono affezionato a una frase che mi diceva sempre il mio confessore:
Dio esiste ma non sei te, rilassati.

Ecco. Io spero che lo tenga bene in mente.

Parliamo a vanvera

Da diversi giorni vorrei scrivere. Ho quel solletico nelle mani, quello strano senso di formicolio alla bocca dello stomaco che stanno spesso a significare è il momento di dare un altro colpo. Eppure il post non esce. Non si formalizza. Le idee sono tante e confuse, mille fili logici partono e si dipanano, ma non riesco a seguirli fino in fondo. La mia prof illuminata, al liceo, diceva che una mente confusa partorisce inevitabilmente scritti confusi. In quegli anni me la sono sempre cavata, ma oggi mi tocca darle ragione.

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