Per molti ma non per tutti

Si ricomincia. Finite le feste (finalmente!) è tempo di guardare avanti. E di ripartire, ma stavolta davvero.
Come hanno detto molti – l’ho scritto pure io – il 2013 è stato un anno intenso, ma questo non ci illuda che sia arrivato il tempo di riposarsi. Tutt’altro. Il tempo di “spingere” è ora. Nella speranza che non sia già scaduto.
Siena riparta, dunque, e lo faccia dalla cultura. No, giuro, non è il solito ritornello vuoto di cui tutti si sono riempiti la bocca allo sfinimento.

Poche certezze su cui possiamo contare, ma una sì. Siena c’è: è nella short list, che in italiano significa che ha passato la prima selezione ed è, di fatto, tra le sei città italiane tra cui sarà scelta la Capitale Europea della Cultura 2019.
Ma guai a sottovalutare. Guai a non capire, a fermarsi qui. Non è soltanto un bel riconoscimento, un fiocco rosso da appuntarsi sulla giacca e sfoggiare con orgoglio. Non è un punto di arrivo, in cui crogiolarsi dicendoci l’un l’altro quanto siamo bravi.
La candidatura è piuttosto un progetto concreto di rilancio dell’economia cittadina attraverso la cultura – intesa come turismo, tecnologia, qualità della vita, mutuo soccorso e integrazione – e, ancora di più, l’ambizione di riuscire a cambiare un paradigma, una forma di pensiero. Non più soltanto ‘conservazione’, non più soltanto ‘mantenimento del passato’, ma anzi visioni prospettiche del futuro, proiezioni in avanti, commistioni e influenze alla ricerca di una nuova e contemporanea progettazione culturale. Siena dovrà, insomma, essere meno ‘guardiana’ del proprio stesso museo e più luogo di laboratorio e di confronto. Se la città sarà capace di portare avanti questo complicato percorso e di confermare, nei fatti quelle suggestioni che hanno già affascinato e convinto una prima volta la giuria internazionale, allora la ricaduta anche economica sul territorio sarà spaventosa, con un moltiplicatore di investimenti che prevede un rapporto addirittura di 1 a 5; per ogni euro investito nel progetto, ne torneranno sul territorio cinque, mica noccioline.

Bene. Tutto bello. Bravi. Ma non basta. Per vincere questa sfida non basta rendere solido quello che abbiamo fatto fin qui. Anzi.
Non basta essere ‘noi’, bisogna essere altro. Nuovo. Diverso. Perché la sfida vera da vincere – prima ancora che con la giuria o con le altre candidate – è più intima e quindi ancora più complessa e difficile. È una sfida con noi stessi. Con il nostro vecchio schema mentale, con il nostro paradigma sempre accarezzato e mai messo in discussione.

Da oggi dobbiamo cambiare. Dobbiamo mettere la critica costruttiva laddove fino a ieri ha galleggiato la polemica o prosperato il consenso. Dobbiamo imparare a dire no. Perché un no può essere doloroso nell’oggi , ma a volte vale la sopravvivenza del domani.
Dobbiamo imparare a distinguere, a valorizzare il buono e mettere da parte l’ovvio anche quando è rassicurante, protettivo, quando è un cappotto passato di moda e ormai sformato e consunto, ma a cui non sappiamo rinunciare.
Impariamo a rinunciare all’abitudine. Impariamo a rischiare. Impariamo a premiare la qualità vera, la meritocrazia, l’esperienza, la professionalità senza lasciarle come troppo spesso abbiamo fatto solo parole vuote a uso e consumo di uno slogan.
Attingere dalle risorse locali – nell’ottica di una cultura “a chilometro zero” – non è sempre giusto. Mi dispiace, ma qualcuno deve dirlo. Non tutto quello che è gratis è giusto. Non tutto quello che ci viene proposto, offerto, servito su un piatto d’argento è utile alla causa.
Non tutti sono uguali e non tutti meritano lo stesso spazio o la stessa luce.

La democrazia è una cosa meravigliosa e una conquista irrinunciabile, ma quando c’è una sfida da vincere bisogna attivare le risorse migliori. Spremerle, farle integrare, farle relazionare l’una con l’altra e con l’esterno. Bisogna, crudelmente, scegliere.
Mettere da parte le patacche, i “vorrei ma non posso”, le auto candidature dell’ultima ora, i saltatori sul carro del vincitore, gli amici dei cugini dei fratelli che non hanno mai messo il naso fuori dalla cinta muraria ma hanno fatto un corso on line e ti fanno le cose gratis.

La cultura è un mestiere. La progettazione culturale è un mestiere. La danza, l’arte, il teatro, la musica, la letteratura sono tutti mestieri. E se il nostro Paese è tanto incivile da costringere gli artisti e gli operatori della cultura a coltivare le proprie professionalità come costosi hobby poiché non è stato in grado di capire che “con la cultura si mangia”, beh questo non ci serva da alibi perché ci appiattiamo anche noi su questa posizione assurdamente incosciente.

La candidatura di Siena a Capitale Europea della Cultura 2019 è una grande opportunità. Per cambiare noi stessi prima ancora che per battere gli “altri”. Vincere la sfida passa dalla nostra capacità di scegliere. Di decidere. Di selezionare. E, ahimè, di essere impopolari. Mi auguro che riusciamo a comprenderlo e a farne tesoro. Altrimenti sarà soltanto l’ennesimo sciocco palcoscenico su cui un quarto d’ora di celebrità non si nega a nessuno. E non sarà servito a niente.

 La frase più pericolosa in assoluto è: abbiamo sempre fatto così.

Grace Hopper