Posti in piedi

Si diceva, 24 ore fa, che i venti posti predisposti in aula per la stampa sarebbero avanzati. Che era una prima udienza di un rito immediato, che gli imputati non sarebbero venuti: una cosa breve e indolore, da preliminari e poco più. Si diceva che i giornalisti ‘nazionali’ avrebbero snobbato, lasciando la faccenda alle cronache locali.

Si diceva anche, 24 ore fa, che invece i cinquanta posti previsti in galleria per il pubblico, quelli no, non sarebbero bastati davvero. Che in quel corridoio ci sarebbe stato un bel chiasso. Perché ora che finalmente si apriva il processo, ora che finalmente accadeva qualcosa di concreto – dopo mesi di indagini filtrate sulla stampa e interrogatori scoperti a pezzi e bocconi – ora, insomma, la città avrebbe voluto sapere. Avrebbe voluto esserci.

E invece. Invece è andata a finire che questa mattina, al terzo piano del Palazzo di Giustizia senese, lo stato maggiore del giornalismo italiano c’era tutto. Testate nazionali, agenzie di stampa, televisioni, praticamente tutti con gli inviati di punta a presidiare il tribunale già dal mattino. Il grande club dei cronisti specializzati in economica e giudiziaria riunito in città, per raccontare l’apertura del primo processo in chiave Monte dei Paschi.

Ma la città, invece, non c’era.
Fatti salvi la civetta del giornale e i libri specializzati freschi di stampa a far bella mostra di sé dalle vetrine occhieggianti delle librerie, la città non ha cambiato il proprio ritmo. I senesi hanno mantenuto il passo delle loro giornate, sfilando via vicino ai muri dei palazzi, rifilando uno sguardo obliquo alle gite di turisti ferme in Piazza Salimbeni e magari chiedendosi come le guide raccontino, a quei visitatori smarriti, perché i senesi abbiano deciso di erigere un monumento all’inventore della cambiale.

Così i cinquanta posti in galleria sono rimasti pressoché vuoti; niente posti in piedi. Niente spettatori, niente chiasso nei corridoi, niente contestazioni, niente attenzioni, niente polemiche. Niente attese. Niente di niente.

L’udienza – e quella è stata l’unica previsione che si è rivelata giusta – è scivolata via rapidamente. Molti hanno chiesto di costituirsi parte civile, hanno depositato migliaia di pagine di atti e il Collegio ha rinviato il tutto al prossimo 3 ottobre. Solo ‘preliminari‘, quindi. Poco pruriginosi.
Ed è vero, certo, che il processo è ‘solo‘ sulla ristrutturazione del derivato Alexandria; che gli imputati sono indagati ‘solo‘ per ostacolo alle funzioni di vigilanza; e che certo non stiamo ancora parlando dell’acquisizione di Antonveneta, la ‘madre’ delle inchieste in area Mps. E’ tutto vero. Ma possibile? Basta questo a spegnere l’interesse, a cancellare la voglia di sapere, capire, essere presenti laddove i nodi si scioglieranno (o quanto meno dovrebbero sciogliersi)?.
Forse, banalmente, l’interesse non si è mai acceso davvero. Forse, ancora una volta, la cittá preferisce non curarsi di loro e andare avanti, fare finta di niente nella speranza che, ignorandolo, il grande scandalo svanisca. Così che tutto passi.

In aula, questa mattina, è arrivato (previsto) solo Gianluca Baldassarri, ex responasabile dell’area finanza di Mps; dimagrito, provato, accompagnato dai legali ma non dai carabinieri e, quindi, da uomo libero nonostante i domiciliari.
Lo stato maggiore del giornalismo italiano ha avuto le notizie che servivano. Ha scritto, fatto lanci di agenzia e servizi tv per raccontare all’Italia il primo atto di un processo per cui Siena dovrebbe essere scioccata e invelenita.
Tra una settimana si ricomincia. Vediamo se, in quella occasione, ci saranno posti in piedi.

Costa Concordia, come la vidi io

Domani iniziano le operazioni di ‘salvataggio’ – così lo hanno chiamato – della Costa Concordia. Personalmente le chiamerei ‘operazioni di recupero del relitto della Costa Concordia‘ – che lì, da salvare, sarebbe più che altro tutto il resto. L’Isola del Giglio, i suoi fondali, la vita quotidiana dei suoi abitanti, eroi loro malgrado e poi assediati per mesi da giornalisti, tecnici, curiosi e fan del turismo da sciagura.

Ci sarebbe da salvare – o da garantire – il ritorno alla loro normalità e, allo stesso tempo, la certezza che certe manovre geniali da ‘lupi di mare’ non accadano più. Magari partendo proprio dalle incursioni dei transatlantici nella laguna di Venezia che tanto hanno fatto parlare nei mesi successivi alla tragedia della Concordia e che io stessa ho potuto ammirare, più volte, con i miei occhi.

Ma non è questo il punto, oggi. Domani, si diceva, inizieranno in mondovisione le operazioni di recupero della Concordia. Il relitto verrà ‘raddrizzato’ e poi trascinato via, probabilmente nel porto di Piombino, ma ancora non è detto. Incrociando le dita che il mare sia buono, che lo scirocco non rinforzi, che il relitto non scivoli, né che si verifichino tutti gli altri possibili imprevisti per cercare di arginare i quali ci sono circa 500 persone, intorno al porto del Giglio, pronte a lavorare e intervenire.

Il tutto avverrà sotto gli occhi di oltre 400 giornalisti accreditati – da 120 testate di tutto il mondo; ‘accreditati’, come se fossero al festival del cinema. Per chi non ha trovato sull’isola un posto dove stare, sarà alla fonda nel porto un’imbarcazione ‘ponte’. Quasi un ‘prolungamento del Giglio, galleggiante sul suo stesso mare.

Eppure, guardando quelle immagini della Concordia – ancora accasciata e spiaggiata come una balena morente in attesa di conoscere il proprio destino – non posso che tornare con la memoria a quella notte incomprensibile, in cui le immagini che ci passavano davanti agli occhi sembravano lo scenario di un disaster movie americano più che un evento che stava realmente accadendo nel ‘mio’ mare, poco distante da me.

Ricordo chiaramente le polemiche sui soccorsi a bordo, sull’inefficienza di parte del personale che si trovò, impreparata, a evacuare otre 4000 passeggeri terrorizzati da una nave già inclinata di tanti gradi da non renderti possibile nemmeno camminare. E ricordo che, in quelle ore, ripensai alla mia esperienza di molti anni prima.
La condivisi allora, la ripropongo oggi, qui sul blog.

A bordo di una nave, inutile mio malgrado

Undici anni fa, proprio in questi giorni di gennaio del 2000, ero a bordo: lavoravo su una nave da crociera, in rotta sul Mediterraneo.

Era più piccola e meno sontuosa della Costa Concordia ma, nonostante questo, facevo una gran fatica anche solo a raggiungere la mia cuccetta. E’ ben complessa l’architettura interna di una nave di quel tipo, soprattutto quando si passa dalla zona riservata all’equipaggio a quella degli ospiti. E soprattutto se sali a bordo, la prima volta, poche ore prima di salpare. Possono volerci giorni per imparare l’organizzazione dei ponti, i passaggi da l’uno all’altro.

Fu bella, quella crociera.

Ma se, per la sciagurata scelta del mio comandante, mi fossi trovata in una situazione come quella vissuta dall’equipaggio della Concordia – un naufragio d’altri tempi per cui nessuno mi aveva addestrata – non solo non sarei stata in grado di aiutare e mettere in salvo i passeggeri, ma a mala pena sarei stata, forse, in grado di mettere in salvo me stessa.

Eppure, ai loro occhi – con uniforme impeccabile e cartellino dorato con il nome inciso sopra – sarei stata un membro dell’equipaggio a tutti gli effetti. Una di cui fidarsi, a cui chiedere aiuto. Una che doveva sapere cosa fare per tirarli fuori di lì.
E invece non avrei potuto fare nulla, mio malgrado.

18 gennaio 2012

Pietre tra le pietre

Sabato mattina, settembre. Molta gente ancora in giro, nonostante l’apertura anticipata delle scuole, a godersi ultimi scampoli di vacanze. Magazzini del Sale di Palazzo Pubblico: c’è una ‘mostra’ dedicata all’artigianato che coinvolge piccoli artigiani e studenti dell’istituto d’arte. Allestimento semplice, ma efficace. Nei manifesti che tappezzano lo spazio e nelle didascalie di ogni lavoro c’è il Qr-code: inquadri con il tuo smartphone e leggi, direttamente a portata di mano, tutto ciò che c’è da sapere. Comodo. In teoria.

Purtroppo – piccolo, insignificante particolare – i Magazzini del Sale sono sotto terra. Sotto uno di quei bei palazzi medievali che facevano una volta, quelli coi muri spessi come un braccio. Di conseguenza, completamente inaccessibili al segnale dei cellulari. Il museo sarà coperto da wi-fi, ti dici.. Illusa. Niente wi-fi, nonostante sia il Comune, la casa dei cittadini, e uno dei poli museali più visitati della città. A che vuoi che serva il wi-fi nel terzo millennio?

Dunque, hai una mostra allestita con Qr-code, ma non hai il segnale che te lo fa leggere. Se sei davanti al Qr-code, non puoi accedere ai contenuti perché non hai segnale. Se sei all’aperto e hai segnale, non puoi accedere ai contenuti perché non hai davanti il Qr-code. Morale della favola? Non puoi accedere ai contenuti. Elementare.

Sabato pomeriggio, settembre. Passeggiata in centro – nell’era moderna si chiama ‘trekking urbano‘ – sulle orme di un vecchio progetto, nato diversi anni fa, poi andato in soffitta come molte delle cose belle che la città non ha accolto (o ha dimenticato in fretta) e che, forse, oggi si riaffaccia timidamente. Il progetto si chiamava – si chiama e, mi auguro, si chiamerà di nuovo – ‘Tempozulu‘. Io l’ho sempre chiamato – in modo molto più profano e popolare -‘Pietre d’artista‘: ce ne sono 10, sparpagliate per il centro storico. Pietre vere, lastre di pietra serena, incise da artisti italiani e internazionali e piazzate qua e là, in mezzo alla ‘normale’ pavimentazione stradale. Sotto gli occhi di tutti, là proprio in mezzo al passaggio quotidiano, costantemente sotto il nostro sguardo e sotto i nostri piedi; eppure, allo stesso tempo, proprio per questo, nascoste, mescolate tra migliaia di altre, anonime e silenziose. D’altronde, se vuoi nascondere un albero, quale luogo migliore della foresta?

Decido di seguire questo percorso d’artista, farmi guidare dalle pietre nella mia passeggiata, poco trekking e molto urbana. Le cerco, le scovo pian piano in una sorta di caccia al tesoro che mi porta fuori dai soliti tragitti. Arrivo al Santa Maria della Scala. So che una è là dentro, ma non so dove, di preciso.

Entro, mi faccio strada tra i visitatori della mostra di Steve McCurry. Vado alla biglietteria. Chiedo. “Scusi, vorrei vedere la pietra d’artista di Garutti. Mi sa dire dove è?”. “Non so cosa mi stai chiedendo” risponde la signora con il tailleur nero, la targhetta con il nome e lo sguardo tra il dubbioso e lo spaurito.

Le spiego del progetto, che so che c’è una pietra dentro il Santa Maria. “Ah sì, ricordo qualcosa; ma è un progetto vecchio, di parecchi anni fa” dice lei. “Sì, ma le pietre ci sono ancora” insisto. “Prova a vedere al vecchio ingresso, quello che ora è chiuso… Ma sei residente? Sennò devi pagare il biglietto”. Mostro la carta d’identità e mi incammino verso il ‘vecchio ingresso’.

Girello davanti alla porta ormai sbarrata. Mi guardo intorno, mi guardo tra i piedi. Si avvicinano due sorveglianti. “Sta cercando qualcosa?” chiede la ragazza. “Sì, sto cercando la pietra d’artista di Garutti” rispondo. Mi guarda con aria stranita. Mi spiego meglio. Un lampo le attraversa lo sguardo. “Ah, sì, è vero c’è una pietra – si illumina, senza essere evidentemente del tutto sicura che sia proprio quella che sto cercando – ma è giù al museo archeologico e ora c’è la mostra di McCurry. Se vuole l’accompagno”. Sì, grazie.

Mi fa strada nella pancia del Santa Maria della Scala. Camminando facciamo due parole, mi chiede perché la cerco, le spiego. Arriviamo sopra la pietra, semi nascosta dall’allestimento della mostra fotografica. Mi fermo a guardarla mentre i fan di McCurry mi camminano intorno, a tratti incuriositi. “Di chi è?” mi chiede lei. “Di Alberto Garutti” dico io. “Ah”. E lì c’è tutto un mondo.

Si fa coraggio, mi domanda del progetto. Come è nato, chi lo ha promosso e organizzato. Le racconto qualcosa. “Ce n’è un’altra, sa? – dice adesso che siamo in confidenza – è in piazza proprio davanti all’ingresso del museo. C’è un vortice“. Evito di puntualizzare che è una spirale ed è di Luca Pancrazzi. E ce ne sono due, uguali.

La ringrazio, mi riaccompagna su, verso l’uscita. Mi lascio alle spalle McCurry. Esco, mi siedo sulle scale del Duomo, guardando la facciata del Santa Maria della Scala. Tutte quelle finestre cieche, immagino che da ognuna di loro scenda, un giorno, una bandiera con una grafica diversa: Museo archeologico – Centro d’arte contemporanea – Museo per bambini – Collezione Permanente – Studi d’artista – Museo del Palio – Titolo qualsiasi (esposizione temporanea) – Laboratori creativi e ancora non avrei finito le finestre.

 

La cultura non si eredita, si conquista.

André Malraux

L’inizio di un’avventura

Sono senza scarpe e stremata. E un po’ brilla. Abbiamo messo a posto (quasi) tutto e i ragazzi – i pazzi che condividono questa avventura con me – stanno finendo di mettere a posto questo spazio immenso e meraviglioso. Stasera ha visto la luce, ufficialmente, lo Spazio UNODUE. Un luogo di sogni, idee e visioni (utopiche) del futuro.

Uno spazio dove condividere. Dove incontrarsi e ‘scontrarsi’. Dove creare. Dove immaginare nuovi orizzonti e abbattere vecchie barriere. Abbiamo lavorato tanto a questo progetto, forse impossibile, forse megalomane, forse fantastico. Un ‘palazzo della creatività‘ dove le persone abbiano voglia di incontrarsi e di condividere. Di scambiare idee, opinioni, progetti poiché molte teste – insieme – possono riuscire a rendere concreti i nostri sogni.

E’ stata una serata bella e intensa. Tante persone hanno voluto esserci. Passare da qui, brindare con noi, portare il loro augurio, il loro pensiero, o anche solo chiedere: “Ma cosa state facendo, davvero, qui?“. Grazie a tutti loro. A tutti voi.

Grazie a chi ci è stato. A chi avrebbe voluto, ma non ha potuto esserci. A chi ci è stato vicino col pensiero o con l’affetto. O con la critica, che va bene anche quella e serve a crescere. Grazie a chi vorrà esserci in futuro, ogni volta che faremo un passo avanti.

Questa avventura è nata ufficialmente stasera. Ma questa avventura era nata il 1 giugno, quando abbiamo ultimato il trasloco e abbiamo iniziato a lavorare qui, accampati in mezzo agli scatoloni. Ed era iniziata il 1 febbraio – l’1/2 – quando abbiamo firmato il contratto per questo spazio stupendo. Ed era iniziata, ancora, quando mesi fa ci siamo messi nell’impresa di cercare un nuovo spazio che potesse ospitarci.

Ed era iniziata ancora prima, quando il ‘quarto pezzo’ aveva deciso di condividere con noi questo percorso. O anni fa, quando il ‘terzo pezzo’ si era unito. O ancora prima, quando la mia ‘prima’ collega ed io imbiancavamo – di notte e nel weekend – il nostro primo, minuscolo, intimo spazio. Quello da cui tutto partiva, senza che noi ce ne accorgessimo davvero.

Perché ogni grande avventura parte ogni giorno. E ogni giorno facciamo un piccolo passo. Che magari non ci porterà da nessuna parte. Ma per lo meno avremo provato.
Ho investito molto in questo progetto. E oggi sono felice di guardarlo crescere e iniziare a camminare con le sue gambe.

Mi hanno chiesto, stasera, se ci fossimo posti il problema di far nascere “questa cosa a Siena“. Dove niente accade. Dove tutto è fermo, spento, addormentato.
Sì, me lo sono posto il problema. Ma tanti anni fa ho deciso di restare qui. E oggi regalo alla mia città, a Siena, un posto dove poter crescere e immaginare un nuovo futuro. Non so se riuscirà. Ma io ho deciso di restare qui. Io sono quella che resta.

 

Tra tanti anni non sarete delusi delle cose che avete fatto, ma di quelle che non avete  fatto! Levate dunque l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate, sognate, scoprite!

Mark Twain

 

 

 

 

 

Io vi maledico

Quando temevo che mi entrassero in casa, avevo sempre pensato che lo avrebbero fatto dalle finestre dietro. Dal lato che dà sul giardino. Avevo sempre immaginato che a ‘tradirmi‘ sarebbe stata una di quelle finestre. Che il pericolo sarebbe arrivato, come nei film, dalle spalle.

Non avrei mai pensato che a tradirmi sarebbe stata la porta d’ingresso. Quella sulla strada e sotto un lampione. Non avrei mai pensato che sarei tornata a casa mia, un giorno, e mi sarei trovata di fronte la porta sfondata, divelta, distrutta. Non avrei mai pensato che avrei atteso, sul cancello, l’arrivo dei Carabinieri – l’arrivo di qualcun altro, di un estraneo – per entrare, con lui, in casa mia. Casa mia.

Adesso chiudo gli occhi e li vedo. Li vedo frugare tra le mie cose, tra i miei cassetti. Toccare la mia vita. Appropriarsene senza rispettarla. Portare via le cose, scegliendole in base al loro valore di mercato anziché a quello che hanno nel mio cuore, nella mia testa.

Loro hanno violato l’intimità, violentato gli spazi e la memoria. Loro hanno toccato, sporcato la mia storia personale. Loro hanno forzato, spaccato, divelto. Loro non hanno avuto rispetto, non hanno avuto dignità, scappando nel buio come topi. Loro hanno visto oggetti e li hanno presi. Io vedo, in quei vuoti, pezzi di una vita che non c’è più.

Passerà anche questa. La porta è ricostruita più robusta e noi, ancora una volta, ci siamo seduti al tavolo in giardino – nel nostro giardino, della nostra casa – a rimettere insieme i pezzi. Ancora una volta. Ma gli oggetti non ci sono più. Non ci saranno più.

Ed è vero che le persone che mancano non sono negli oggetti; che non restano negli oggetti che si lasciano dietro. Ma loro, nel mio cuore e nella mia pancia, saranno maledetti. Per sempre.