Quelli che… un Paese da amare

Un sabato sera in cui – alla fine di una settimana pesante – decidi di non uscire e di guardare la tv, diventa un bel modo per capire dove devi andare. Cosa devi cercare.

Ieri è morto, a 77 anni Enzo Jannacci, cantautore, cabarettista, musicista, attore; artista a tutto tondo e sì, anche intellettuale, nel senso pieno e fiero che aveva questo termine prima di diventare qualcosa da cui fuggire, da cui guardarsi con sospetto. Questa sera, RaiTre ha deciso di dedicargli un omaggio speciale, una puntata – in replica – di ‘Che tempo che fa‘. Ancora più bella perché immune dalla retorica che si riserva ai morti, vera e attuale, fresca, celebrativa sì, ma non piangente.
E in questa puntata sono passati tutti loro, gli amici di Enzo, una carrellata di protagonisti di quegli anni formidabili, di un Dopoguerra di rinascita in cui l’Italia sbocciava, si rifaceva il trucco e la sostanza, tornava a riempire allo stesso tempo i caffè e le fabbriche.
Protagonisti dello spettacolo e della cultura, del palcoscenico e dell’analisi sociale e politica.

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Spegnere il chiasso

Quando è deflagrato il famigerato – e amato dalle cronache – scandalo del ‘sistema Siena’, la prima e più frequente accusa che è stata mossa, alla città e ai cittadini, ai mezzi di comunicazione, agli osservatori, è stata quella della ‘collusione’. Il nostro reato – e dico nostro, che sono cittadina e giornalista pure io – è stato evidente fin da subito: mancato controllo. Non abbiamo guardato; non abbiamo ascoltato; non abbiamo letto le situazioni. Abbiamo accettato passivamente, supinamente, gli accadimenti. La spartizione delle poltrone, le scalate al potere, i cambiamenti nell’orizzonte socio-economico cittadino. Gli intrighi, i voti di scambio e lo scambio di favori.

Non siamo stati abbastanza ‘cani da guardia’.

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Laura c’è (per fortuna)

Breve premessa.
Quando pensavo di scrivere un blog, quando – per anni – ho rimandato il momento di iniziare a scrivere un blog, ho sempre immaginato uno spazio, in qualche modo, giornalistico. Avevo bisogno di un luogo, di una pagina, che non riuscivo a ritagliarmi altrimenti. Uno spazio dove parlare del mondo; di politica, di società, di cultura; uno spazio in cui analizzare gli scenari e le situazioni, in cui accompagnare i grandi cambiamenti. Non potevo farlo su un quotidiano – perché io sono fedele alla vecchia scuola del giornalismo anglosassone, quella che mi hanno insegnato all’università quando là fuori, nel mondo reale, già nessuno la metteva più in pratica: i fatti separati dalle opinioni, con le opinioni concesse a pochi, validi e affidabili professionisti. Quindi non a me. E non potevo farlo (solo) sui social network. Avevo bisogno di uno spazio mio. Anche a rischio di infoltire le file dell’odioso – non solo per definizione – “popolo del web” che combatto fermamente e strenuamente. Sì, combatto la democrazia della Rete che piazza tutti allo stesso pari, che legittima ogni opinione dietro ogni fantomatico account, che rimesta e pasticcia tutto senza digerire niente. (La combatto, ma voglio farne parte. Contraddizione, lo so; non è la mia prima e nemmeno la più grave, ma queste le affronteremo col tempo. Non stasera).

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Malinconico blues

…I’m causing a mild sensation
With this new occupation
I’m permanently glued
To this extraordinary mood,
so now moveover
And let me take over
With my melancholy blues…

Sabato sera. Un bicchiere di vino e mezz’ora di pausa prima di uscire a cena con una vecchia amica, di passaggio in città. Mezz’ora di pausa per me. Penso alla malinconia.

La malinconia è la consapevolezza del tempo che passa. la consapevolezza con cui ultimamente mi trovo spesso a fare i conti, mio malgrado. A volte ci rido sopra – o almeno faccio finta – guardando nello specchio il mio viso di oltre trentenne che non è, decisamente, lo stesso. Ho tagliato alla radice il primo capello bianco, facendo finta così che non sia mai esisitito. Invidio le gambe delle ragazzine, in centro il sabato pomeriggio, ricordandomi di quando ero come loro e in un sabato di primavera – con l’aria finalmente calda, gli amori per la testa e un intero weekend davanti – mi sentivo una regina. A volte ci rido sopra, dicevo. Rido sui look improbabili degli anni Novanta, rido sugli psicodrammi adolescenziali, rido sull’imbarazzo del primo bacio. Guardo con tenerezza a quella che ero, che sono stata. Con malinconia.

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Le mattine con Carrie

Ci sono mattine in cui il sole e il cielo azzurro mi accarezzano la pelle quando esco di casa. Mattine in cui mi sono alzata con il piede giusto e mi regalo una sfoglia alla crema nel mio bar preferito, come buon auspicio per la giornata.
Come un piccolo premio per questo nuovo giorno in cui mi dedico alla vita.

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